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Antonella Napoli
dr.ssa

Vine: potere, autorità e la responsabilità di guidare senza dominare (Antonella Napoli)

Articoli > 2019

macrolibrarsi un circuito per lettori senza limiti


Aggiornamento articolo 8/2026
Come nasce questo approfondimento
 
Negli anni ho seguito con particolare interesse le riflessioni che Eduardo H. Grecco ha dedicato ai singoli Fiori di Bach, molte delle quali sono state pubblicate anche attraverso Facebook. Quelle pagine mi hanno spesso portata a tornare direttamente agli scritti di Edward Bach, a confrontare le diverse descrizioni che ne ha dato nel tempo e a interrogarmi su aspetti psicologici e simbolici che nelle presentazioni più sintetiche delle essenze tendono a rimanere sullo sfondo. Da questo confronto nasce l’approfondimento che segue, nel quale il pensiero di Bach, le interpretazioni di Grecco e la mia esperienza di psicologa e floriterapeuta dialogano mantenendo, per quanto possibile, ben riconoscibile la loro diversa provenienza.
 
 
VINE è uno dei Fiori di Bach nei quali la descrizione negativa ha finito per occupare quasi interamente l’immaginario del rimedio. Autoritario, dominante, inflessibile, dispotico: sono parole che ricorrono frequentemente e che hanno un fondamento negli scritti di Bach, soprattutto nella descrizione del 1934, quando parla di una persona molto sicura di sapere che cosa sia giusto fare per sé e per gli altri, critica, esigente, difficilmente soddisfatta e incline a impartire ordini. Se però VINE viene ridotto a questa immagine, perdiamo proprio ciò che consente di comprenderne la trasformazione positiva, perché la stessa struttura che può generare dominio contiene anche una notevole capacità di decidere, organizzare, assumersi responsabilità e intervenire rapidamente quando la situazione lo richiede.

 
La descrizione ultima del 1936 rende questo aspetto ancora più evidente. Bach parla innanzitutto di «persone molto capaci», consapevoli dei propri talenti e fiduciose nella possibilità di riuscire. Proprio questa sicurezza può portarle a pensare che gli altri trarrebbero beneficio dal fare le cose come loro ritengono corretto; persino durante una malattia possono continuare a dirigere chi si occupa di loro. La frase conclusiva, spesso trascurata, aggiunge però qualcosa di fondamentale: possono essere di grande aiuto nelle emergenze.

 
Fra il 1934 e il 1936 il nucleo rimane riconoscibile, mentre cambia l’accento. Nel primo testo prevalgono l’esigenza, l’ordine e l’insoddisfazione; nell’ultimo Bach mette in primo piano capacità, talento e fiducia, quasi a ricordarci che il problema di VINE non è possedere potere, né sapere assumere una guida. La questione riguarda l’uso che viene fatto di quella forza e la capacità di lasciare agli altri uno spazio reale di autodeterminazione.

 
C’è poi un altro particolare che trovo particolarmente interessante. Nel 1936 Bach colloca VINE nel gruppo della «preoccupazione eccessiva per il benessere degli altri», insieme a Chicory, VERVAIN, Beech e ROCK WATER. Anche senza considerare i sette gruppi come la chiave principale del sistema, questa collocazione suggerisce che dietro il bisogno di dirigere può esserci, almeno nella prospettiva di Bach, anche la convinzione di sapere che cosa sarebbe meglio per l’altro. Il dominio può quindi nascere da una volontà apertamente egoistica, ma può anche svilupparsi dentro un’intenzione che la persona considera benevola: «so che questa è la strada giusta e voglio che tu la segua perché credo che ti farà bene».

 
È precisamente qui che il confine fra autorità e autoritarismo diventa decisivo.
 
L’autorità è una funzione necessaria in molte situazioni. Ci sono momenti nei quali qualcuno deve prendere una decisione, assumersi una responsabilità, stabilire una priorità e, soprattutto nelle emergenze, agire anche quando il gruppo non possiede ancora una visione chiara. Una leadership efficace richiede competenza, capacità di tollerare il peso della decisione e sufficiente fiducia nel proprio giudizio.

 
L’autoritarismo compare quando quella competenza viene trasformata nel diritto di sostituire stabilmente la propria volontà a quella degli altri.
VINE si muove lungo questa frontiera. Possiede una forza che può diventare preziosa proprio perché non si paralizza davanti all’azione; ha però bisogno di scoprire che guidare qualcuno e decidere al suo posto sono due cose profondamente diverse.

 
Grecco sviluppa questa polarità molto più di quanto faccia Bach. VINE diventa per lui il fiore del potere, dell’autorità interna, della volontà e della leadership, con un lato capace di servizio, giustizia, efficacia e protezione e un’Ombra nella quale la stessa forza si irrigidisce in coercizione, controllo e imposizione. Il punto centrale non è quindi rendere VINE più debole. Sarebbe uno spreco della sua qualità fondamentale. La trasformazione consiste nel rendere quella forza capace di relazione.

Riflessioni su Vine

              



Vine: Capace abile, di successo e ….

Grecco apre le sue riflessioni contestando esplicitamente l’immagine quasi esclusivamente negativa che una parte della letteratura floriterapica ha costruito intorno a VINE. Se lo descriviamo soltanto attraverso dominio, tirannia, intimidazione e manipolazione finiamo infatti per perdere una parte importante delle parole di Bach: queste persone sono capaci, possiedono talenti dei quali sono consapevoli, hanno fiducia nella propria possibilità di riuscire e possono essere particolarmente preziose quando occorre affrontare una situazione critica.

La parola capace merita di essere presa sul serio. Non indica genericamente una persona sicura di sé; rimanda alla presenza di competenze, risorse, capacità di comprendere rapidamente ciò che una situazione richiede e di tradurre il pensiero in azione. Una persona può avere ottime idee e non riuscire a trasformarle in realtà, oppure possedere una notevole sensibilità ma sentirsi paralizzata quando deve assumersi la responsabilità di una scelta. VINE ha frequentemente il problema opposto: vede una direzione e possiede abbastanza fiducia nelle proprie possibilità da cominciare immediatamente a percorrerla.

È facile capire perché questa qualità possa diventare una risorsa negli ambienti professionali, nella gestione di gruppi, nelle emergenze e in tutte le condizioni nelle quali l’indecisione ha un costo. È altrettanto comprensibile il rischio che si sviluppa quando una persona abituata a trovare soluzioni comincia a dare per scontato che anche gli altri debbano riconoscere la superiorità del suo modo di procedere.

L’esperienza rafforza facilmente questa convinzione. Se molte volte ho preso una decisione e si è rivelata corretta, la fiducia nel mio giudizio aumenta. Se altre persone hanno seguito la mia direzione e il risultato è stato positivo, posso cominciare a interpretare il successo come conferma del fatto che sarebbe meglio che continuassero a farlo. Progressivamente la frase «sono bravo in questo» rischia di diventare «quindi sono io che devo decidere».

Qui Grecco introduce il tema dei valori. La capacità, osserva, non possiede da sola un orientamento morale. Intelligenza, forza di volontà, capacità organizzativa e sicurezza possono essere utilizzate per proteggere, costruire e servire oppure per controllare e ottenere vantaggio personale. Non è il talento a decidere la direzione; conta l’uso che la persona sceglie di farne.

Grecco ipotizza anche una «corazza VINE» sviluppata da bambini ai quali sarebbe stata imposta una direzione estranea alle loro aspirazioni. Rimane una domanda estremamente fertile: come abbiamo imparato a usare il nostro potere?
Qualcuno impara che l’unico modo per essere ascoltato è imporsi; qualcun altro scopre che competenza e fermezza possono convivere con il rispetto; altri hanno sperimentato modelli familiari o istituzionali nei quali chi possedeva autorità non aveva bisogno di spiegare, negoziare o riconoscere i limiti del proprio ruolo.

La maturazione di VINE riguarda anche la possibilità di separare due esperienze che possono essersi sovrapposte: essere capaci e avere sempre ragione.
Si può essere molto capaci e sbagliare. Si può avere una visione più chiara degli altri su una questione e, contemporaneamente, non possedere il diritto di decidere al loro posto.
È proprio questa distinzione a trasformare la leadership in servizio.



Vine: Quando abbiamo imparato a scrivere abbiamo imparato a….

Grecco riflette sul passaggio dallo scarabocchio alla scrittura. Il bambino che scarabocchia muove liberamente la mano nello spazio, senza dover rispettare righe, dimensioni, orientamento o forma. Imparando a scrivere entra invece in un sistema condiviso di regole: una lettera deve essere sufficientemente riconoscibile, il segno deve stare dentro uno spazio e il gesto personale comincia a dialogare con un codice che esisteva prima di noi.

Grecco utilizza questa esperienza come immagine della socializzazione. Crescendo impariamo molte «righe» dentro le quali muoverci: il linguaggio, le norme sociali, ciò che una famiglia considera educato o maleducato, il modo in cui dovremmo mostrare affetto, gestire il conflitto, utilizzare il corpo, rispettare un’autorità. Alcune regole sono indispensabili perché permettono la convivenza; altre appartengono a un particolare contesto culturale e possono essere rimesse in discussione quando diventano incompatibili con ciò che siamo.

La metafora diventa particolarmente interessante quando Grecco distingue la scrittura dalla calligrafia. Scrivere richiede di utilizzare un codice comune conservando comunque una grafia personale; la calligrafia, nella sua immagine, aspira maggiormente alla forma corretta. Da qui sviluppa una domanda che riguarda VINE: quanto possiamo costruire una forma personale senza trasformare la libertà in arbitrio e senza consegnare la nostra vita a un modello già tracciato?
È una metafora, naturalmente, e non una teoria psicologica sull’apprendimento della scrittura. Imparare a tracciare lettere non produce di per sé obbedienza caratteriale né un determinato stile relazionale. Il valore della riflessione sta nell’immagine della norma che viene interiorizzata.

Anche nelle relazioni possediamo una sorta di «calligrafia» ereditata. Abbiamo visto come i nostri genitori si parlavano, come affrontavano un litigio, chi prendeva le decisioni, quanto spazio aveva il desiderio di ciascuno, che cosa significasse essere uomo o donna, quale valore venisse attribuito alla fedeltà, alla libertà, al lavoro, all’autorità. Una parte di questi modelli viene incorporata senza essere mai stata esplicitamente scelta.

VINE diventa particolarmente interessante quando la propria forma viene sentita come così chiara e convincente da trasformarsi nel modello al quale anche gli altri dovrebbero adattarsi.

Il passaggio evolutivo non consiste nel rinunciare alla propria «grafia», perché VINE ha bisogno di una direzione personale e difficilmente starebbe bene in una vita costruita soltanto sull’adattamento, consiste nel riconoscere che l’altro possiede una scrittura propria.

Posso spiegarti come farei io senza trasformare la spiegazione in un ordine”, “Posso mostrarti un metodo che considero efficace lasciandoti libero di modificarlo”, “Posso insegnare senza chiedere all’allievo di diventare una copia”.
La differenza fra guida e dominio passa spesso proprio da qui.



Vine: La volontà

La volontà occupa una posizione centrale in VINE e Grecco la mette in rapporto con VERVAIN e HORNBEAM, osservando che in tutti e tre i rimedi esiste una forte dimensione volitiva, mentre cambia ciò verso cui viene orientata. In VERVAIN la volontà viene facilmente investita in una causa, in un ideale o in qualcosa che si desidera trasformare nel mondo; HORNBEAM riguarda maggiormente l’energia necessaria a entrare nei compiti della quotidianità; VINE possiede invece una volontà strettamente collegata alla propria autorità interna e alla capacità di decidere quale azione debba essere compiuta.

È una volontà molto operativa. VINE difficilmente si limita a elaborare una teoria: tende a chiedersi che cosa occorra fare e chi debba farlo. Questo spiega sia la capacità di leadership sia il rischio di oltrepassare il confine altrui.
Grecco formula il problema chiedendosi da dove provenga la volontà: dall’Anima o dagli interessi della personalità? A livello psicologico possiamo chiederci a servizio di che cosa stiamo usando la nostra forza.

Avere il potere di ottenere un risultato non significa automaticamente che quel risultato sia desiderabile. Possedere una grande capacità di persuasione non significa che sia sempre giusto utilizzarla. Essere in grado di portare qualcuno nella direzione che desideriamo non garantisce che quella direzione appartenga anche a lui. È qui che la volontà incontra l’etica.

Grecco lega VINE anche alla giustizia. Una persona dotata di grande sicurezza e scarsa paura del conflitto può effettivamente avere risorse preziose quando deve opporsi a un abuso, proteggere qualcuno o sostenere una posizione impopolare. La stessa «sete di giustizia» può però diventare pericolosa se la certezza di essere dalla parte giusta viene utilizzata per legittimare qualsiasi mezzo. La storia umana offre molti esempi di potere esercitato in nome di ideali considerati indiscutibili.

La qualità positiva di VINE richiede quindi che la forza della volontà rimanga collegata alla capacità di riconoscere la soggettività altrui. La giustizia perde il proprio senso quando per realizzarla è necessario cancellare l’altro.

Grecco mette inoltre VINE in relazione con ROCK WATER. La differenza che individua è interessante: ROCK WATER tende a cercare la norma alla quale conformarsi con perfezione, mentre VINE sente l’autorità provenire maggiormente dall’interno. Potremmo dire che ROCK WATER domanda «qual è la regola corretta?», VINE tende più facilmente a dire «so che cosa bisogna fare». La sua forza è proprio questa fiducia.

Il suo rischio consiste nel dimenticare che una convinzione molto salda rimane una convinzione umana, quindi inevitabilmente parziale.





Vine: L’autorità

Autorità, potere e autoritarismo vengono spesso utilizzati come sinonimi, mentre descrivono fenomeni differenti. Il potere riguarda la possibilità concreta di incidere su ciò che accade. L’autorità implica anche un riconoscimento, formale o informale, della competenza o del ruolo di chi guida. L’autoritarismo compare quando il potere pretende obbedienza riducendo lo spazio del dissenso e dell’autonomia. VINE può attraversare tutti e tre questi territori.

Bach riconosce esplicitamente che queste persone possiedono capacità e possono risultare preziose nelle emergenze. È un dettaglio fondamentale perché una crisi richiede frequentemente proprio ciò che VINE sa fare: vedere rapidamente una priorità, decidere, organizzare e tollerare la responsabilità della scelta mentre gli altri possono essere confusi o spaventati.
Lo stesso stile, trasferito indiscriminatamente nelle relazioni quotidiane, può però diventare soffocante. Ciò che è efficace durante un incendio può essere profondamente inadeguato in una coppia, in una famiglia o in una relazione terapeutica. In un’emergenza qualcuno può aver bisogno di sentirsi dire «fai questo adesso»; nella vita ordinaria la persona deve poter costruire la propria scelta.

Grecco descrive la forza di VINE come «centrifuga»: l’autorità percepita dentro di sé tende a espandersi verso l’esterno e a dirigere le azioni altrui. La persona non si limita a sapere che cosa vuole fare; sente facilmente di sapere anche che cosa dovrebbe fare chi le sta accanto.

La differenza rispetto a VERVAIN e CHICORY chiarisce ulteriormente il meccanismo. VERVAIN tende soprattutto a influenzare convinzioni e idee, perché desidera che l’altro comprenda e condivida ciò che considera vero. CHICORY interviene maggiormente nel territorio affettivo, dove cura, vicinanza e bisogno di legame possono intrecciarsi. VINE orienta soprattutto l’azione: dice che cosa va fatto, come e quando.

Nella sua qualità più evoluta, questa capacità diventa leadership operativa. Un buon leader non rinuncia a decidere quando una decisione gli compete, però sa distinguere il proprio ruolo da quello degli altri. Offre direzione senza trasformare il gruppo in un’estensione della propria volontà, crea condizioni nelle quali le competenze altrui possano emergere e riconosce che delegare non significa perdere potere.

C’è un altro passaggio di Grecco che considero particolarmente importante: la clinica non dovrebbe trasformare VINE in un giudizio morale. Definire qualcuno «autoritario» può diventare a sua volta una forma di superiorità che impedisce di comprendere la funzione di quel comportamento. Una persona può aver costruito il controllo per molte ragioni, può trovarsi realmente in una posizione nella quale deve decidere, oppure può avere scoperto molto presto che la sua capacità di organizzare produce risultati e avere progressivamente generalizzato quella modalità.

Comprendere non equivale a giustificare un comportamento abusivo. In presenza di coercizione, intimidazione o violenza la realtà del danno deve essere riconosciuta con chiarezza. Significa però evitare di confondere la persona con il comportamento che stiamo osservando.
La qualità positiva di VINE non distrugge l’autorità, la trasforma in autorevolezza.



Vine: L’amore attraverso il corpo

Grecco utilizza il corpo per ricordare che una relazione amorosa non si svolge soltanto nel pensiero: siamo guardati, toccati, ascoltati, percepiti e riconosciuti attraverso una presenza incarnata.

Il nucleo merita di essere conservato perché introduce un contrappeso importante alla tendenza di VINE a organizzare l’esperienza attraverso volontà, decisione e controllo. L’intimità ha infatti una caratteristica che sfugge alla logica del comando: possiamo creare condizioni favorevoli all’incontro, esprimere ciò che desideriamo e ascoltare l’altro, mentre non possiamo ordinare alla vicinanza di nascere.

Lo sguardo, la voce e il contatto possono avere una potente funzione relazionale. Sentirsi desiderati o accolti dal corpo dell’altro contribuisce, in molte persone, alla percezione di essere riconosciuti nella propria interezza, e l’esperienza tattile partecipa fin dai primi anni della vita alla regolazione affettiva. Questo però avviene in modi molto diversi da persona a persona. Il contatto può essere rassicurante, eccitante, indifferente o persino difficile da tollerare a seconda della storia, della sensibilità individuale, del contesto e della qualità della relazione.

Il corpo ci offre informazioni preziose e può segnalare attrazione, tensione, paura, desiderio o disagio.
Grecco attribuisce inoltre un ruolo molto centrale alle prime esperienze con la madre nel modo in cui impariamo l’amore.
Un punto importante rispetto a VINE riguarda la differenza fra guidare l’incontro e controllarlo. Anche nell’intimità una persona molto sicura di sé può essere abituata a prendere l’iniziativa, percepire rapidamente ciò che desidera e orientare l’esperienza. Questa qualità diventa preziosa quando rimane in dialogo con la risposta dell’altro; perde reciprocità quando la propria lettura sostituisce ciò che l’altro sta realmente comunicando.

La sessualità richiede una continua negoziazione fra iniziativa e ascolto. Non basta sapere che cosa desideriamo, occorre poter incontrare anche il desiderio dell’altro.
In questo senso il corpo insegna a VINE qualcosa che la volontà da sola non può conoscere: una relazione non viene realizzata da una sola persona, per quanto competente e sicura essa sia.






Vine: Il labirinto delle relazioni. Dionisio

Grecco entra nel proprio registro mitico e sceglie il labirinto come immagine delle relazioni. Il labirinto custodisce un centro e costringe chi vi entra a muoversi dentro passaggi che non possono essere dominati con un unico sguardo. Si può procedere, tornare indietro, incontrare un bivio e scoprire che la strada apparentemente più diretta non conduce alla meta.
È un simbolo particolarmente adatto a VINE proprio perché mette in crisi la fantasia che ogni problema possa essere risolto attraverso una corretta pianificazione.

Grecco distingue a questo proposito il problema dal mistero. Un problema può essere analizzato, scomposto e risolto; un mistero deve essere vissuto. Le relazioni appartengono in gran parte al secondo territorio, perché l’altra persona rimane irriducibile alle nostre previsioni e continua a sorprenderci anche quando pensiamo di conoscerla bene.
Nel mito Teseo riesce a uscire dal labirinto grazie al filo di Arianna. Grecco traduce questa coppia simbolicamente in VINE-Sole e OLIVE-Luna: il principio della volontà e dell’azione ha bisogno della dimensione affettiva e intuitiva che gli consente di attraversare il labirinto senza perdersi.

Quando Grecco parla qui di maschile e femminile, VINE rappresenta prevalentemente direzione, azione, decisione, volontà e forma; OLIVE porta ricettività, emozione, legame e capacità di accompagnare. Entrambi i principi appartengono alla psiche di ogni persona.

Il passaggio a Dioniso amplia ulteriormente il simbolo. Dioniso è il dio del vino, dell’estasi, della fertilità, del teatro e del temporaneo dissolvimento dei confini ordinari; Grecco lo considera una figura particolarmente feconda per VINE perché mostra un potere diverso da quello del sovrano che controlla. Dioniso possiede un’autorità capace anche di liberare, destabilizzare un ordine troppo rigido e permettere l’emergere di ciò che era rimasto nell’Ombra.
Qui il mito offre una correzione interessante alla caratterizzazione di VINE: il potere non serve soltanto a contenere; può aprire uno spazio.

La persona capace di guidare può utilizzare il proprio ruolo per rendere gli altri più dipendenti oppure per restituire loro possibilità che prima non avevano. Può essere il leader che accentra ogni decisione o quello che crea condizioni nelle quali le persone scoprano capacità di cui non erano ancora consapevoli. Questa seconda forma di autorità è profondamente liberatoria.



Vine- Acqua, Vino, Ambrosia: Rock Water, Vine, Wild Oat

Qui Grecco costruisce una delle immagini più elaborate della sua lettura degli ultimi Aiuti: acqua, vino e ambrosia diventano tre passaggi di un percorso simbolico che collega ROCK WATER, VINE e WILD OAT.

L’acqua di ROCK WATER viene associata alla purificazione, alla disciplina e al contenimento; il vino di VINE introduce il piacere, l’azione, la socialità, l’ebbrezza e una maggiore disponibilità a lasciarsi attraversare dall’esperienza; l’ambrosia di WILD OAT rappresenterebbe infine una forma più integrata, nella quale le polarità precedenti possono trovare una direzione complessiva.

Grecco utilizza anche l’episodio evangelico delle nozze di Cana, dove l’acqua contenuta nelle giare destinate alle pratiche di purificazione viene trasformata in vino. La sua interpretazione è dichiaratamente simbolica: vi legge il passaggio da un’esistenza regolata soprattutto dalla norma a una maggiore apertura verso piacere, gioia e vitalità.
Possiamo chiederci quanto spazio possiede il piacere dentro una vita organizzata dalla volontà?

VINE introduce un elemento dionisiaco proprio perché il piacere non si lascia ridurre completamente alla produttività. Posso organizzare una cena, pianificare un viaggio o decidere di dedicarmi a qualcosa che amo; non posso però programmare la gioia come un obiettivo operativo e pretendere che compaia nell’ora stabilita.

Grecco collega la trasformazione dell’uva in vino anche al tema della morte e rinascita. L’uva viene schiacciata, il succo fermenta e la forma originaria scompare per permettere la nascita di qualcosa di differente. È una classica immagine alchemica di trasformazione: occorre perdere una forma precedente perché una nuova possa emergere.

Applicata a VINE, questa metafora suggerisce che la vera trasformazione del potere richiede di lasciar morire almeno una parte della convinzione «se non controllo io, tutto andrà male». Non viene perduta la capacità di agire; cambia il rapporto con essa. Il vino, in questa lettura, non celebra l’onnipotenza di VINE, celebra il momento in cui la forza diventa capace anche di lasciarsi trasformare.



Dionisio e Ade, Vine e Agrimony

Grecco parte qui da un’intuizione antica che ha un fondamento preciso: in un celebre frammento Eraclito afferma che Ade e Dioniso sono lo stesso personaggio. L’interpretazione tradizionale vede nella formula l’unione simbolica di due principi che sembrano inconciliabili, la morte rappresentata da Ade e la vitalità generativa ed estatica di Dioniso.  È esattamente questo paradosso che interessa Grecco.

Dioniso rappresenta piacere, vitalità, sessualità, ebbrezza e liberazione; Ade porta nell’oscurità, nel mondo sotterraneo e in ciò che rimane fuori dalla luce della coscienza. Se le due figure possono essere considerate due aspetti di uno stesso principio, allora il piacere stesso possiede un’Ombra e l’Ombra non coincide necessariamente con qualcosa di soltanto doloroso.

Grecco utilizza questa dinamica per mettere VINE in rapporto con AGRIMONY.
Il confronto è interessante soprattutto quando viene sottratto a formulazioni troppo rigide. Entrambi possono avere una relazione importante con il piacere, la socialità e la capacità di vivere intensamente il presente; cambia però la funzione che quell’esperienza assume. AGRIMONY può utilizzare il piacere, in alcune configurazioni, anche per evitare di restare in contatto con il disagio e con ciò che fa soffrire. VINE tende maggiormente a mantenere il proprio centro e a usare ciò che desidera con una direzione precisa.

Dioniso diventa la figura di morte-rinascita e liberazione dell’Ombra. Per VINE, ciò che resta centrale è il rapporto con l’Ombra del potere.

Una persona può riconoscersi come generosa, competente e giusta, e avere molta più difficoltà ad accorgersi del piacere che prova quando gli altri obbediscono, della rabbia che emerge quando viene contraddetta o della soddisfazione legata al sentirsi indispensabile.

Esplorare l’Ombra non significa concludere che dietro ogni leadership esista un despota nascosto, significa accettare che il potere produce anche gratificazioni e che proprio riconoscerle permette di utilizzarle con maggiore responsabilità.



Vine - La pianta della vite e dell’olivo

Grecco torna qui alla pianta e costruisce un confronto metaforico fra vite e ulivo a partire dal modo in cui vengono coltivati. La vite richiede una potatura importante e un intervento umano che ne orienta la crescita, limita parte dello sviluppo vegetativo e favorisce la produzione dei grappoli; l’ulivo viene anch’esso potato e curato, ma Grecco accentua simbolicamente la differenza presentandolo come una pianta che viene maggiormente accompagnata nel proprio processo.
Il vignaiolo diventa l’immagine di VINE perché osserva la pianta, immagina quale forma produttiva dovrebbe assumere e interviene attivamente per dirigerla. È esattamente la modalità che VINE rischia di applicare alle persone: vede una potenzialità e immediatamente immagina come dovrebbe essere sviluppata.

Un genitore può osservare un figlio intelligente e decidere quale percorso scolastico sarebbe «ovviamente» il migliore. Un responsabile può riconoscere il talento di un collaboratore e cominciare a pianificarne la carriera senza avergli chiesto che cosa desideri. Un terapeuta può intuire una possibilità evolutiva e diventare così affezionato alla propria interpretazione da cercare inconsapevolmente di portare la persona nella direzione che lui ha immaginato.

L’intenzione può essere eccellente, il rischio sta nel confondere la capacità di vedere una possibilità con il diritto di determinarla.

Questa immagine permette di rileggere la trasformazione di VINE in modo molto concreto. La leadership positiva non rinuncia alla potatura quando è necessaria, perché esistono confini, decisioni e responsabilità che appartengono realmente a chi guida. Impara però a chiedersi continuamente di chi è la vita che sto modellando. Se è la mia, posso scegliere una direzione, se è quella di un altro, il mio compito cambia: posso offrire conoscenza, sostegno, struttura e confronto, mentre la forma finale deve poter appartenere a lui.



Vine - Vivere la coppia

Grecco riguarda riflette sulla differenza fra desiderio, scelta ed etica della relazione. Provare attrazione per una persona diversa dal partner può accadere anche all’interno di una relazione amata e non dimostra automaticamente che il legame sia fallito. Il desiderio è un’esperienza interna; ciò che ne facciamo appartiene al terreno delle scelte, dei valori e degli accordi costruiti con l’altra persona.

Negare l’esistenza del desiderio soltanto perché non coincide con l’immagine che abbiamo della coppia può rendere più difficile comprenderlo. Riconoscerlo, al contrario, non obbliga ad agire.

È qui che VINE diventa particolarmente interessante. Una personalità abituata a organizzare la realtà può essere tentata di costruire anche la relazione attraverso regole molto chiare e aspettarsi che l’altro vi corrisponda. Il problema emerge quando le regole non vengono realmente negoziate, ma derivano soprattutto da ciò che uno dei due considera corretto.
La coppia richiede una forma di autorità molto diversa da quella efficace nelle emergenze, non esiste un comandante permanente. Anche quando le competenze sono differenti e in alcune aree uno dei partner prende più facilmente l’iniziativa, la struttura complessiva deve poter riconoscere la soggettività di entrambi.

Questo vale per qualunque accordo relazionale. Una coppia monogama costruisce insieme ciò che considera fedeltà, confine, intimità e rispetto.

Una coppia consensualmente non monogama deve fare lo stesso, spesso attraverso accordi ancora più espliciti.
La qualità etica non deriva dal modello scelto, bensì dal consenso, dall’onestà, dalla possibilità di rinegoziare, dalla cura reciproca e dalla libertà reale delle persone coinvolte. Grecco attribuisce a VINE il compito di offrire un asse che impedisca di «perdersi» nel desiderio, la capacità di assumersi la responsabilità delle proprie scelte affettive.

La libertà non consiste nel fare tutto ciò che desideriamo, consiste anche nel poter riconoscere il desiderio, scegliere che cosa farne e sostenere le conseguenze della scelta senza imporre all’altro la nostra soluzione.







VINE in sintesi

Alla fine di questo lungo percorso VINE appare molto diverso dal personaggio autoritario al quale viene spesso ridotto.
Bach ci consegna una persona capace, consapevole dei propri talenti e fiduciosa nel successo, con una naturale inclinazione a dirigere e una notevole utilità nelle situazioni di emergenza. Ci mostra contemporaneamente il rischio di chi, proprio perché vede con chiarezza ciò che ritiene giusto, finisce per chiedere agli altri di adeguarsi al proprio modo di fare.

Grecco recupera questo potenziale e lo legge attraverso il potere, la volontà, la leadership e la giustizia. VINE diventa nel suo pensiero una figura capace di costruire, organizzare e intervenire, che deve però attraversare il proprio rapporto con l’Ombra del potere per trasformare la dominazione in servizio. Dioniso gli offre la grande immagine complementare: una forza che non è soltanto controllo, perché può liberare, aprire al piacere e mettere in movimento ciò che un ordine troppo rigido aveva immobilizzato.

In alcune persone il bisogno di controllo può proteggere una vulnerabilità poco riconosciuta; in altre troviamo una fiducia autentica nelle proprie capacità, diventata problematica soprattutto perché non ha imparato a fare abbastanza spazio alla competenza e alla libertà degli altri. È proprio questa seconda possibilità a rendere VINE così interessante.
La sua crescita non richiede di dubitare continuamente di sé, richiede di poter essere sicuri senza considerare l’incertezza altrui inferiorità, possedere capacità senza trasformarle in diritto di comando, prendere decisioni senza occupare lo spazio che appartiene ad altri.

Il passaggio dal difetto alla virtù potrebbe essere espresso come un movimento dal dominio all’autorevolezza, dalla volontà che si impone alla forza che orienta, dal bisogno che gli altri facciano «come so io» alla capacità di mettere ciò che sappiamo al servizio di una realtà più ampia.

La benevolenza, che la tradizione floriterapica associa al polo positivo di VINE, acquista così un significato molto concreto. Benevolenza non significa diventare indulgenti, esitanti o rinunciare all’efficienza. Significa utilizzare la propria forza in un modo che permetta anche all’altro di diventare più forte.

Un leader realmente autorevole non ha bisogno di circondarsi di persone obbedienti. Può permettersi di avere accanto persone competenti, autonome, capaci di contraddirlo e persino di trovare soluzioni migliori delle sue.
Quando VINE arriva a questo punto non perde il potere che Bach aveva riconosciuto, finalmente smette di doverlo dimostrare.
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Informazioni importanti sulla floriterapia
La floriterapia è un approccio complementare rivolto alla dimensione emozionale e al benessere della persona e non costituisce una terapia medica o psicologica, né sostituisce diagnosi, cure, psicoterapia o trattamenti prescritti da professionisti sanitari. Le essenze floreali non sono farmaci e le evidenze scientifiche disponibili non consentono attualmente di attribuire ai Fiori di Bach un’efficacia clinica specifica superiore al placebo. Nel mio lavoro la floriterapia viene proposta, quando appropriato, come strumento complementare all’interno di un percorso che tiene distinti l’intervento psicologico e l’utilizzo delle essenze floreali. Qualsiasi modifica o sospensione di farmaci o trattamenti prescritti deve essere valutata con il professionista sanitario che li ha indicati.
Dr.ssa Antonella Napoli, Psicologa e floriterapeuta, P.I. 00135428886 Iscrizione OPL 16607
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