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Antonella Napoli
dr.ssa

Vervain: entusiasmo, ideali e il difficile apprendistato della tolleranza (Antonella Napoli)

Articoli > 2017

macrolibrarsi un circuito per lettori senza limiti

Articolo aggiornato 8/2026
Come nasce questo approfondimento
Negli anni ho seguito con particolare interesse le riflessioni che Eduardo H. Grecco ha dedicato ai singoli Fiori di Bach, molte delle quali sono state pubblicate anche attraverso Facebook. Quelle pagine mi hanno spesso portata a tornare agli scritti originali di Edward Bach e a rileggere un’essenza da prospettive che nelle descrizioni più diffuse tendono a rimanere sullo sfondo. Da qui nasce questo approfondimento: dal confronto fra le diverse formulazioni di Bach nel tempo, dalle interpretazioni simboliche e psicologiche proposte da Grecco e dalle domande che questi materiali hanno fatto nascere nel mio lavoro di psicologa e floriterapeuta. Il testo che segue è una mia elaborazione; quando riprendo un’interpretazione specifica di Grecco la attribuisco esplicitamente, distinguendola sia dalle parole di Bach sia dalle considerazioni che aggiungo personalmente.

VERVAIN è uno di quei Fiori di Bach nei quali seguire l’evoluzione degli scritti nel tempo modifica profondamente la comprensione del rimedio. Nella descrizione ultima del 1936 incontriamo la persona dalle idee e dai principi ben radicati, convinta della loro validità, dotata di grande volontà e desiderosa di portare gli altri verso il proprio punto di vista. Tornando indietro di qualche anno, il quadro si arricchisce progressivamente: nel 1934 Bach sottolinea l’ostinazione e la capacità di continuare molto oltre il punto nel quale altri si sarebbero fermati; nel 1933 parla di entusiasmo, tensione, serietà, grandi ideali, certezza di avere ragione e tendenza a sforzarsi oltre misura; in Libera te stesso, nel 1932, mette l’iperentusiasmo in relazione con la tolleranza e descrive una persona che desidera realizzare grandi cose rapidamente, diventando severa e impaziente quando gli altri non condividono la sua visione; nel 1930, infine, VERVAIN è il Puritano, la persona di grandi ideali che cerca di vivere una vita elevata, può irrigidirsi intorno ai propri principi, diventare intollerante verso gli errori altrui e arrivare a sacrificare la gioia attraverso un’eccessiva severità verso se stessa.

Letti insieme, questi testi raccontano qualcosa di più complesso del semplice entusiasmo. Al centro di VERVAIN sembra esserci una particolare intensità nel rapporto con ciò in cui crede. Un’idea, una causa, un progetto o un valore possono essere vissuti con una partecipazione tale da mobilitare enormi quantità di energia; ciò che per un’altra persona rimane un’opinione, per VERVAIN può diventare qualcosa che chiede di essere realizzato, difeso e condiviso.

È una qualità straordinaria quando permette di aprire strade nuove, sostenere un progetto difficile, mobilitare le persone e continuare a credere in qualcosa anche quando l’ambiente è scoraggiato. Molti cambiamenti sociali, culturali e personali hanno avuto bisogno di persone capaci di vedere ciò che ancora non esisteva e di investire abbastanza energia da renderlo possibile. Il problema comincia quando la forza della convinzione riduce lo spazio disponibile per la complessità, per il tempo necessario ai processi e soprattutto per l’esistenza di punti di vista differenti.

La persona può allora sentirsi investita di un compito. Ha visto qualcosa che gli altri ancora non vedono, ha compreso ciò che sarebbe necessario fare e avverte quasi la responsabilità di portarli con sé. Se gli altri esitano, sembra naturale spiegare meglio; se continuano a non capire, aumenta l’intensità; se resistono, può essere difficile immaginare che la loro posizione abbia una legittimità propria. L’entusiasmo, che all’inizio nasce dal desiderio di condividere qualcosa di importante, può trasformarsi progressivamente in pressione.
Eduardo H. Grecco segue VERVAIN attraverso questi diversi strati degli scritti di Bach e li utilizza come base per una lettura molto più ampia. Il Puritano, l’Entusiasta, il fanatismo, la tolleranza, la volontà, il servizio e l’eccesso di sforzo vengono messi in relazione con temi che Grecco sviluppa attraverso la propria esperienza clinica e la propria prospettiva simbolica: il rapporto con l’intimità, la paura della perdita, la predestinazione, la ricerca continua di nuove sfide, l’insoddisfazione e soprattutto il viaggio di Ulisse, che diventa una grande metafora del percorso VERVAIN.

Per comprendere questo fiore mi sembra quindi importante tenere insieme le due dimensioni. Da una parte c’è la straordinaria capacità di credere, desiderare, progettare, coinvolgere e servire; dall’altra la necessità di imparare che un ideale può rimanere grande anche quando non viene imposto, che la volontà è una risorsa finché riesce a dialogare con la realtà e che tollerare una visione diversa dalla propria non significa necessariamente rinunciare a ciò in cui crediamo. È proprio in questo spazio che VERVAIN incontra una delle sue lezioni più difficili: conservare il fuoco senza essere consumato dalla necessità di alimentarlo continuamente.
 
 
Per approfondire il pensiero di Eduardo H. Grecco
Eduardo H. Grecco dedica a VERVAIN una delle sue riflessioni più articolate e, come accade per altri Dodici Guaritori, parte da un’attenta lettura dei diversi testi di Bach. Il Puritano del 1930, l’iperentusiasmo di Libera te stesso, l’Entusiasta, la forte volontà, l’ostinazione e la tendenza a convertire gli altri vengono considerati aspetti di un percorso che Bach modifica e approfondisce negli anni. Da questa base Grecco costruisce poi una propria interpretazione psicologica, archetipica e simbolica, nella quale assumono particolare rilievo il tema dell’intimità e il mito di Ulisse.
In questo articolo riprendo alcuni nuclei del suo pensiero cercando di mantenere distinta la stratificazione degli scritti di Bach dalle successive elaborazioni di Grecco. Le interpretazioni relative alla paura della perdita, alla predestinazione, ad alcuni aspetti dell’intimità e soprattutto alla lettura mitologica di Ulisse appartengono alla prospettiva di Grecco e vanno considerate come tali, senza trasformarle automaticamente in caratteristiche necessarie di ogni persona VERVAIN.
Per chi desidera conoscere direttamente e in maniera più completa il pensiero di Eduardo H. Grecco, i suoi scritti dedicati ai singoli Fiori di Bach saranno raccolti in un volume in lingua italiana attualmente in preparazione. Quando saranno disponibili il titolo definitivo, l’editore e i riferimenti bibliografici, li inserirò in questa pagina.


Riflessioni su Vervain






Vervain: Non arrendersi, Viaggiare, Esplorare, Fuggire

Grecco apre le sue riflessioni mettendo VERVAIN in relazione con la difficoltà di arrendersi. Il tema possiede una base molto chiara negli scritti di Bach, che descrive ripetutamente persone dotate di grande volontà, capaci di continuare a lottare molto oltre il punto nel quale altri avrebbero rinunciato e inclini a sforzarsi eccessivamente sul piano mentale e fisico. Grecco confronta questa capacità con WILD ROSE e OAK e sottolinea una differenza importante: in VERVAIN la resistenza è alimentata soprattutto dall’entusiasmo, dalla convinzione e dalla speranza che ciò verso cui si tende possa ancora essere realizzato.

È una risorsa che può diventare straordinaria nelle situazioni nelle quali serve perseveranza. Una persona VERVAIN può continuare a lavorare su un progetto quando tutti gli altri lo considerano impossibile, difendere una causa impopolare, trovare nuove soluzioni dopo numerosi fallimenti e trascinare con sé persone che avevano smesso di credere nella possibilità di riuscire.

La stessa forza può però rendere molto difficile capire quando continuare abbia ancora senso. Se la rinuncia viene vissuta come una sconfitta personale, ogni ostacolo diventa qualcosa da superare e ogni limite una provocazione alla volontà. La persona aumenta lo sforzo proprio nel momento nel quale sarebbe necessario fermarsi e chiedersi se quella direzione corrisponda ancora davvero a ciò che desidera.

Grecco estende questo movimento anche al viaggio e all’esplorazione. Nella sua lettura VERVAIN può essere attratto dal movimento, dal cambiamento e dall’esperienza di ciò che è nuovo, soprattutto quando la stabilità comincia a essere percepita come stagnazione. Il viaggio acquista allora significati differenti: può essere autentica curiosità, desiderio di conoscere e ampliare il proprio orizzonte, oppure diventare un modo per sottrarsi a qualcosa che nella permanenza comincia a farsi sentire.

È una distinzione che mi sembra importante anche sul piano psicologico. Cambiare città, lavoro, progetto o relazione non racconta da solo una fuga; può essere l’espressione più sana di un bisogno reale di trasformazione. La domanda riguarda ciò che succede quando rimaniamo fermi. Se il desiderio di partire aumenta proprio nel momento nel quale una situazione comincia a richiedere profondità, pazienza, confronto o continuità, vale la pena chiedersi se stiamo andando verso qualcosa oppure soprattutto lontano da qualcos’altro.
Una persona può essere bravissima a iniziare e molto meno capace di abitare ciò che ha costruito. L’inizio contiene possibilità, energia, immaginazione; la continuità introduce ripetizione, manutenzione, limiti, necessità di correggere e di accettare che ciò che abbiamo realizzato sarà sempre più concreto e meno perfetto dell’idea iniziale.

Il viaggio VERVAIN diventa allora interessante quando riesce a comprendere che esplorare non significa necessariamente muoversi altrove. Esistono territori interiori, relazioni e progetti nei quali la vera avventura comincia proprio quando smettiamo di cambiare scenario abbastanza a lungo da scoprire ciò che la permanenza può mostrarci.





Vervain: Ambivalenza, solitudine ed entusiasmo

Grecco descrive VERVAIN come una personalità attraversata da numerose ambivalenze e utilizza la propria esperienza della montagna per raccontarne una in particolare: il desiderio di solitudine e, contemporaneamente, il bisogno di tornare nella valle dove esistono persone con le quali condividere idee, risposte e visioni. Nella sua lettura VERVAIN cerca momenti di distanza, ma raramente una solitudine totalmente priva di interlocutori; il pensiero continua ad avere bisogno di qualcuno verso cui dirigersi.

È un’immagine che permette di comprendere meglio la natura sociale dell’entusiasmo VERVAIN. Un ideale vissuto interiormente può essere molto importante, ma acquista una forza particolare quando viene comunicato. La persona sente il desiderio di spiegare, raccontare, coinvolgere, far vedere agli altri ciò che per lei appare così evidente. È qui che l’entusiasmo diventa relazione.

Bach ne coglie molto bene il carattere espansivo quando descrive il desiderio di portare le persone circostanti verso il proprio punto di vista. Non siamo quindi davanti soltanto a qualcuno che pensa intensamente: il pensiero cerca un destinatario e tende a trasformarsi in parola, argomentazione, progetto e azione.
Questa capacità comunicativa può rendere VERVAIN estremamente coinvolgente. Ci sono persone dalle quali usciamo con la sensazione che qualcosa sia diventato possibile semplicemente perché ci hanno raccontato il loro progetto con una tale intensità da farcelo vedere. È una forma di leadership che passa attraverso la capacità di accendere negli altri un’immagine.

La difficoltà emerge quando l’interlocutore smette di essere veramente ascoltato e diventa soprattutto qualcuno da convincere. La conversazione conserva esteriormente la forma del dialogo mentre interiormente esiste già una conclusione alla quale l’altro dovrebbe arrivare.

L’ambivalenza di VERVAIN può quindi riguardare anche questo: desiderare profondamente le persone e avere difficoltà a lasciare che rimangano pienamente diverse. Cerca la relazione e può riempirla di pensiero; vuole condividere e rischia di occupare troppo spazio; sente il bisogno di qualcuno con cui parlare e può fare più fatica a sostare nel silenzio nel quale la risposta dell’altro ancora non arriva.

La solitudine diventa allora una possibilità preziosa quando non serve a preparare nuovi argomenti con cui tornare nella valle, ma permette per qualche momento di ascoltare ciò che accade dentro senza doverlo immediatamente trasformare in una spiegazione.







Vervain e Chicory

Grecco accosta VERVAIN e CHICORY partendo dall’intensità con cui entrambi possono dirigersi verso gli altri. La somiglianza, nella sua lettura, riguarda la passione relazionale; la differenza emerge soprattutto nel modo in cui questa passione viene organizzata. Per VERVAIN il centro tende a essere un’idea, un valore, una causa, mentre CHICORY si muove più facilmente intorno al legame affettivo e alla cura. Grecco esprime questa distinzione contrapponendo l’«entusiasmo» VERVAIN alla «devozione» CHICORY.

Nella vita quotidiana i due fiori possono assomigliarsi molto. Entrambi possono consigliare, intervenire, cercare di cambiare il comportamento di qualcuno e vivere con fatica la mancata adesione. Ciò che cambia è spesso il punto dal quale parte l’intervento. VERVAIN può dire: «Devi capire perché questa è la cosa giusta». CHICORY arriva più facilmente a: «Lo dico perché tengo a te e so che cosa ti farebbe bene». Nel primo caso è centrale la convinzione; nel secondo il legame.

La differenza diventa ancora più evidente quando l’altro rifiuta. VERVAIN può sentirsi frustrato perché una verità che gli appare evidente non viene riconosciuta, mentre CHICORY può vivere la mancata adesione anche come una ferita affettiva, soprattutto quando interpreta il rifiuto del consiglio come rifiuto della propria cura.
Entrambi devono incontrare, attraverso strade differenti, la libertà dell’altro.

Per VERVAIN significa accettare che una persona possa ascoltare un’idea, comprenderla perfettamente e continuare a non condividerla. Per CHICORY significa riconoscere che qualcuno può ricevere amore e scegliere comunque una strada diversa da quella immaginata per lui.
In entrambi i casi la relazione diventa più libera quando il desiderio di partecipare alla vita dell’altro riesce a convivere con il fatto che quella vita rimane sua.



Vervain: La paura della perdita

Grecco racconta di aver incontrato questo tema anche attraverso la propria esperienza con l’essenza e lo collega a una particolare modalità di proteggersi dall’intimità: evitare di consegnarsi completamente a un legame per ridurre il rischio del dolore che una separazione potrebbe produrre.

Esistono persone che entrano facilmente in relazione, appaiono aperte, calorose e persino molto seduttive e tuttavia mantengono una parte essenziale di sé fuori dal legame. Possono progettare, parlare, condividere esperienze e mostrare entusiasmo, mentre nel punto in cui la relazione chiede maggiore dipendenza reciproca compare una difficoltà.

Non sempre questo significa paura dell’abbandono. La stessa forma può nascere da un forte bisogno di autonomia, da precedenti esperienze relazionali, dalla paura di essere controllati o semplicemente da una fase della vita nella quale la persona non desidera un legame più vincolante.
La lettura proposta da Grecco diventa significativa quando emerge un movimento preciso: desiderare una relazione e contemporaneamente proteggersi dalla possibilità che diventi abbastanza importante da poter fare veramente male.

In questo caso l’entusiasmo può contribuire a rendere meno visibile la distanza. La persona appare coinvolta perché racconta molto, propone esperienze, immagina possibilità e investe energia; l’altro può percepire una grande intensità e scoprire soltanto più avanti che l’accesso alla vulnerabilità è molto più limitato.

Il tema della perdita ci riporta allora alla questione centrale del controllo. Finché una relazione rimane relativamente mobile e aperta, VERVAIN conserva la sensazione di poter scegliere la direzione; l’intimità introduce qualcosa di meno governabile, perché l’altro diventa importante e con questa importanza arriva anche la possibilità di soffrire. Accettare l’intimità significa quindi tollerare una quota di impotenza: possiamo prenderci cura di una relazione, parlare, costruire, scegliere; non possiamo garantire che durerà per sempre.

 È proprio questa impossibilità di controllo che, quando il tema di Grecco corrisponde alla persona concreta che abbiamo davanti, può diventare una delle prove più profonde di VERVAIN.







Vervain: Predestinazione

La parola «Predestinazione» nasce dal modo in cui Grecco mette in relazione una delle prime figure utilizzate da Bach per VERVAIN , il Puritano, con il contesto religioso e culturale del puritanesimo e con il tema calvinista della predestinazione. Grecco a costruisce questo collegamento simbolico, partendo dalla figura del Puritano e dalla convinzione VERVAIN di avere un compito elevato da realizzare.

Grecco vede in VERVAIN la possibilità di sentirsi investito di una missione, come se ciò che deve realizzare avesse un valore che supera la semplice preferenza personale, qualcuno che può arrivare a sentirsi «scelto» per realizzare un determinato compito.

Sul piano psicologico non serve pensare a forme grandiose o messianiche per riconoscere il meccanismo. Può comparire ogni volta che una persona comincia a sentire che il proprio progetto ha un valore talmente importante da giustificare qualsiasi quantità di sforzo e da rendere secondari i dubbi, i limiti e le obiezioni provenienti dall’esterno. La convinzione offre una forza enorme.
Se sento di «dover» fare qualcosa, la stanchezza può sembrare irrilevante. Se penso che quella causa sia necessaria, chi mi invita a rallentare può apparire poco coraggioso o incapace di comprendere. Se considero ciò che sto facendo parte della mia missione, rinunciare a un progetto può sembrare quasi un tradimento della mia identità.

È in questo passaggio che predestinazione e libertà entrano in tensione. Una vocazione può orientare profondamente una vita e diventare una delle sue grandi sorgenti di significato; diventa più problematica quando la persona non riesce più a distinguere ciò che sente chiamata a fare da ciò che si sente obbligata a fare per continuare a corrispondere all’immagine che ha costruito di sé.

La tolleranza VERVAIN riguarda allora anche il proprio destino immaginato: permettere alla vita di modificarlo, ridimensionarlo, interromperlo o portarlo in una direzione che all’inizio non avevamo previsto.







Vervain: Aprirsi all’intimità, il servizio all’altro

Il servizio appartiene chiaramente agli scritti di Bach su VERVAIN. Nei testi precedenti alla descrizione ultima troviamo grandi ideali, ambizioni rivolte al bene dell’umanità, altruismo, sacrificio e desiderio di aiutare; Grecco riprende questi passaggi e si domanda quale qualità relazionale sostenga realmente il servizio, soprattutto quando l’impegno verso una causa rischia di diventare più importante delle persone concrete alle quali quella causa dovrebbe essere destinata.

È una domanda molto interessante: possiamo amare profondamente l’umanità e avere difficoltà con l’essere umano che abbiamo davanti. Una causa è relativamente ordinata: possiede principi, obiettivi, valori. Una persona concreta è molto più imprevedibile. Può avere bisogno di qualcosa che non avevamo previsto, dissentire, contraddirsi, non apprezzare ciò che facciamo per lei e persino rifiutare il nostro aiuto. È qui che il servizio incontra l’intimità.

VERVAIN può essere generosissimo nel dedicarsi a qualcosa in cui crede e contemporaneamente fare più fatica quando la relazione chiede semplicemente presenza, ascolto e disponibilità a non sapere immediatamente quale sia la soluzione.

Grecco legge questo scarto come una difficoltà a scendere dalla causa alla persona. Mi sembra una formulazione utile soprattutto quando pensiamo a chi sa mobilitarsi magnificamente per grandi problemi e appare molto meno disponibile davanti a una sofferenza quotidiana che non può essere trasformata in progetto.
Anche il sacrificio merita attenzione. Bach riconosce in VERVAIN una forte tendenza allo sforzo e alla dedizione; nella descrizione del Puritano compare persino la possibilità di rinunce eccessive che eliminano la gioia dalla vita. Il servizio può quindi diventare una forma di autoesigenza nella quale la persona sente di dover dare continuamente perché quello è il modo corretto di vivere.

La generosità acquista una qualità diversa quando contiene anche la possibilità di ricevere, riposare, chiedere aiuto e lasciare che qualche volta sia qualcun altro a occuparsi di noi.
Aprirsi all’intimità significa anche questo: rinunciare per un momento al ruolo di chi sa, guida, sostiene e risolve, permettendo all’altro di incontrarci nella parte che non possiede ancora una risposta.







Vervain: Durezza ed inflessibilità; ideali; comprensione e rilassamento

Negli scritti di Bach. Già nel 1930 il Puritano viene descritto attraverso principi rigidi e severi, vedute ristrette, intolleranza verso gli errori altrui ed eccessiva durezza verso se stesso; nel 1932 Bach collega l’iperentusiasmo alla severità verso chi non condivide il proprio modo di vedere e indica gentilezza e tolleranza come qualità da sviluppare; nel 1933 torna più volte sullo sforzo eccessivo, sull’impazienza e sulla necessità di raggiungere grandi ideali con maggiore calma. È una progressione estremamente coerente.

VERVAIN non ha necessariamente bisogno di abbandonare i propri ideali. Il problema riguarda la rigidità con cui possono essere sostenuti e la quantità di tensione necessaria per mantenerli. Quando un principio diventa troppo stretto, qualsiasi eccezione appare come un cedimento.

La persona può allora applicare a se stessa standard molto elevati: lavorare di più, essere coerente, non arrendersi, non lasciarsi distrarre, dimostrare con il comportamento la validità dei valori professati. La stessa severità viene facilmente estesa agli altri, soprattutto quando sembrano meno impegnati, meno coerenti o meno disposti a sacrificarsi. In questo modo un ideale nato per migliorare la vita può cominciare a renderla più dura.
Il rilassamento di cui parla Bach non va ridotto alla semplice distensione fisica. Significa introdurre flessibilità nel rapporto tra valore e realtà. Posso credere profondamente in qualcosa e riconoscere che non tutti arriveranno alla stessa conclusione; posso avere un obiettivo ambizioso e accettare che richieda più tempo del previsto; posso desiderare di migliorare e riconoscere che la mia imperfezione non invalida il percorso.

La comprensione diventa quindi una qualità decisiva. Comprendere significa ampliare il campo abbastanza da vedere anche ciò che non coincide con il nostro schema, riconoscendo che la realtà può contenere elementi che la nostra visione iniziale non aveva considerato.

Quando questo avviene, l’ideale perde rigidità senza perdere valore. Diventa qualcosa verso cui orientarsi, invece di una misura con cui condannare tutto ciò che ancora non gli corrisponde.







Vervain: Dimenticarsi della propria strada; Ostinazione; Entusiasmo eccessivo

Nelle descrizioni di Bach ricorrono con grande continuità la forza di volontà, la capacità di andare avanti, la convinzione di sapere quale strada seguire e l’eccesso di entusiasmo che può portare la persona a consumare energie oltre misura. Grecco raccoglie questi aspetti e introduce una domanda ulteriore: che cosa succede quando il desiderio di servire, intervenire e aiutare gli altri finisce per sottrarre attenzione al proprio cammino? È una domanda molto VERVAIN perché l’energia diretta verso l’esterno può essere enorme.

Ci si occupa di problemi che nessuno aveva chiesto di risolvere, si entra in situazioni difficili perché sembra impossibile restare a guardare, si assume la responsabilità di progetti che sarebbero troppo grandi per una persona sola e si continua anche quando il corpo comincia a segnalare stanchezza.
L’ostinazione, in questo contesto, è strettamente collegata alla convinzione. Se credo che ciò che sto facendo sia giusto, fermarmi diventa molto più difficile. Il dubbio viene facilmente interpretato come debolezza, e il consiglio di rallentare può sembrare il riflesso di qualcuno che non possiede la stessa determinazione.

Bach aveva già individuato con grande precisione questa vulnerabilità quando descrive VERVAIN come capace di essere trascinato dal proprio entusiasmo fino a stancarsi eccessivamente e come persona che può continuare a lavorare molto oltre il punto nel quale sarebbe ragionevole fermarsi.
L’energia, quindi, non manca. Ciò che deve essere affinato è il suo uso. Una forte volontà diventa realmente efficace quando sa distinguere il momento in cui serve insistere da quello in cui è necessario modificare direzione, accettare aiuto oppure lasciare che qualcosa continui senza il nostro intervento.

Dimenticarsi della propria strada significa anche questo: essere così occupati a migliorare il mondo, sostenere gli altri o difendere una causa da perdere contatto con ciò che sta accadendo nella propria vita, nelle proprie relazioni e nel proprio corpo.
L’entusiasmo trova allora una misura diversa quando smette di essere un’energia da spendere interamente e diventa una risorsa da amministrare.



Vervain, Impatiens e Chicory

Il confronto fra questi tre rimedi permette di vedere quanto comportamenti esteriormente simili possano nascere da organizzazioni molto diverse. VERVAIN, IMPATIENS e CHICORY possono tutti diventare impazienti, intervenire sul comportamento degli altri e avere difficoltà a lasciare che le cose procedano secondo un ritmo o una direzione diversa dalla propria; ciò che cambia è soprattutto ciò che li muove. Grecco sviluppa ampiamente queste differenze partendo dai testi di Bach.

IMPATIENS soffre soprattutto per il ritmo. Ha già capito, sa come procedere e l’altro è troppo lento; tende quindi a intervenire perché aspettare diventa frustrante.
VERVAIN soffre più facilmente per la direzione. Ha compreso ciò che considera giusto e desidera che gli altri lo vedano; l’intervento nasce dall’intensità della convinzione.
CHICORY entra attraverso la relazione. Il consiglio è spesso intriso di cura e diventa più difficile accettare che la persona amata scelga diversamente.

Sono differenze molto utili anche nel colloquio floriterapico, perché la stessa frase «Lascia fare a me» può appartenere a tutti e tre. IMPATIENS potrebbe sottintendere: «Così facciamo prima». VERVAIN: «So quale sia il modo migliore». CHICORY: «Lo faccio perché mi preoccupo per te».

Naturalmente le persone reali sono più complesse e possono contenere contemporaneamente più di questi movimenti. Il confronto serve soprattutto a ricordarci che la floriterapia acquista precisione quando cerca la funzione del comportamento e non si ferma alla sua forma.






Ulisse: un viaggio senza arrivo alla meta; continua ricerca di nuove sfide. Vervain

Con Ulisse entriamo pienamente nella lettura simbolica di Grecco che sceglie Ulisse come figura attraverso la quale rappresentare VERVAIN, la mobilità, l’ingegno, la ricerca, la difficoltà a fermarsi e quella particolare tensione verso una meta che sembra perdere parte del proprio fascino nel momento in cui viene raggiunta.

Nella lettura di Grecco, il viaggio di Ulisse possiede anche una seconda direzione, più interiore. L’eroe che attraversa il mare, affronta prove, elabora strategie e continua a ripartire rappresenta molto bene una modalità VERVAIN fortemente affidata al pensiero, alla volontà e all’azione; il suo ritorno verso Itaca diventa contemporaneamente un percorso di ricongiungimento con l’«anima» junghiana, che Grecco identifica simbolicamente con la componente femminile della psiche. Il viaggio esterno e quello interiore procedono quindi insieme: mentre Ulisse cerca la strada di casa, deve progressivamente integrare affetto, eros, ricettività e sensibilità dentro una personalità che tende a cercare sicurezza soprattutto nella mente, nella decisione e nel fare.

Il viaggio di Ulisse è costellato di prove, deviazioni, incontri e trasformazioni; la meta esiste, Itaca rimane l’orizzonte del ritorno, e tuttavia gran parte del significato della storia nasce proprio da ciò che accade lungo il percorso. Grecco utilizza questa immagine per descrivere una possibile dinamica VERVAIN: desiderare intensamente qualcosa, investire moltissima energia per raggiungerla e, una volta arrivati, sentire quasi immediatamente il bisogno di una nuova sfida.

È il fascino dell’inizio e del divenire. Finché qualcosa è davanti a noi, possiede potenzialità. Possiamo immaginarlo grande, speciale, trasformativo. Quando diventa reale dobbiamo invece incontrarne i limiti, occuparci della continuità e scoprire che perfino ciò che desideravamo contiene quotidianità. La nuova meta riapre lo spazio della possibilità.

Questa dinamica può comparire nel lavoro, nei progetti, nei luoghi e anche nelle relazioni. Si investe moltissimo nella conquista e diventa più difficile abitare ciò che è stato conquistato, soprattutto quando non richiede più eroismo.

La metafora di Ulisse diventa allora utile se la interpretiamo come una domanda: quanto riesco a riconoscere il valore dell’arrivo senza avere immediatamente bisogno di trasformarlo in una nuova partenza? Per VERVAIN imparare a fermarsi non significa perdere curiosità o rinunciare all’avventura. Significa scoprire che esiste una parte del viaggio che comincia soltanto quando decidiamo di restare.



Ulisse, l’incontro con le sirene: integrazione maschile e femminile, il ruolo della donna. Vervain

Grecco legge il ritorno di Ulisse a Itaca come un percorso di integrazione tra il principio maschile e quello femminile. Il maschile, così come emerge nella figura dell’eroe e nella configurazione VERVAIN, è legato soprattutto al pensiero, alla volontà, all’azione, alla capacità di perseguire una direzione e di affidarsi alla ragione per orientarsi nel mondo. Il femminile introduce un’altra qualità dell’esperienza: affetto, eros, ricettività, intuizione, sensibilità e possibilità di lasciarsi toccare da ciò che accade. Sono due dimensioni presenti nella psiche e il viaggio di Ulisse diventa, nella lettura di Grecco, anche il percorso attraverso il quale una personalità fortemente identificata con il primo polo incontra progressivamente il secondo.

Per questo le donne incontrate durante il viaggio non rappresentano soltanto personaggi femminili della storia. Diventano diverse immagini del femminile con cui Ulisse deve confrontarsi e, attraverso di esse, altrettanti aspetti della propria interiorità. Grecco lo dice con grande chiarezza quando descrive VERVAIN come qualcuno che trova rifugio nel pensiero e deve aprirsi all’affetto, mettendo simbolicamente in relazione il maschile, solforico e intellettivo, con il femminile, mercuriale e devozionale.

Le Sirene rappresentano una prima prova particolarmente complessa, perché mostrano un femminile nel suo versante seduttivo e potenzialmente ingannevole. Attraverso il canto promettono conoscenza, piacere e fascinazione; attirano la coscienza fuori dalla propria rotta e possono farle perdere la direzione. Grecco utilizza un linguaggio molto forte parlando di «femminile isterico» e collega questa immagine all’antico archetipo della femme fatale, della donna vissuta dall’uomo come origine della tentazione e della rovina. Subito dopo, però, introduce un passaggio decisivo: questa rappresentazione appartiene anche alla proiezione maschile, al bisogno di attribuire alla donna la responsabilità di ciò che l’uomo stesso non riesce ancora a riconoscere e integrare dentro di sé.

Il problema, quindi, non è il femminile in sé. Ulisse deve imparare a entrare in rapporto con eros, desiderio e fascinazione senza esserne dominato e senza attribuire all’esterno la responsabilità della propria vulnerabilità. La Sirena diventa così l’immagine di una dimensione psichica che attrae proprio perché tocca qualcosa che il VERVAIN razionale e volontaristico conosce meno bene: ciò che non può essere completamente governato attraverso la logica.

Questo spiega anche il gesto di Ulisse. Egli vuole ascoltare il canto e non sceglie di eliminarlo dalla propria esperienza; si fa però legare all’albero della nave. Simbolicamente, entra in contatto con il fascino dell’eros conservando un centro sufficientemente solido da non esserne trascinato. La maturazione di VERVAIN passa proprio attraverso questa capacità: integrare il femminile senza perdervisi, permettere all’emozione e al desiderio di entrare nella propria esperienza senza doverli né controllare completamente né subire.

Grecco estende infine il simbolo dei «canti di sirena» oltre la relazione uomo-donna e lo riferisce a tutte quelle situazioni che affascinano VERVAIN attraverso grandiosità, promesse e possibilità future prive però di un reale fondamento. Anche qui ritroviamo la stessa dinamica: l’entusiasmo può essere sedotto da un’immagine e investirla di una forza enorme prima che la realtà abbia avuto il tempo di confermarla.
Le Sirene possono rappresentare tutto ciò che ci affascina abbastanza da farci dimenticare temporaneamente la direzione del viaggio: un’idea, una persona, una promessa, un progetto grandioso, una possibilità che sembra contenere esattamente ciò che stavamo cercando.

VERVAIN può essere particolarmente sensibile a questi «canti» perché l’entusiasmo tende a investire rapidamente ciò che appare significativo. La capacità di immaginare possibilità è una delle sue grandi risorse e, nello stesso tempo, può renderlo vulnerabile a ciò che promette troppo. Ulisse non rinuncia ad ascoltare. Costruisce però una condizione che gli permette di non perdere completamente la rotta.

È una metafora preziosa della maturazione VERVAIN: l’obiettivo non è spegnere la capacità di entusiasmarsi, quanto sviluppare abbastanza radicamento da poter attraversare il fascino senza consegnargli immediatamente la direzione della propria vita.
L’integrazione tra maschile e femminile, letta simbolicamente, può allora essere intesa anche come incontro tra volontà e ricettività, azione e ascolto, pensiero e affetto. Il VERVAIN che sa agire ha bisogno anche della parte capace di ricevere; colui che sa indicare una strada deve imparare a essere modificato da ciò che incontra.



Ulisse, l’incontro con Calypso: erotismo, sensazioni. Vervain

L’incontro con Calypso rappresenta un’altra tappa del confronto di Ulisse con il principio femminile e mette VERVAIN davanti a una prova molto diversa da quella delle Sirene. Questa volta il femminile non appare principalmente come fascinazione capace di deviare la rotta, ma come accoglienza, riposo, sensualità, eros e possibilità di abbandonare temporaneamente la posizione dell’eroe. Grecco coglie proprio questo punto quando si domanda quale sia la prova che Ulisse deve affrontare sull’isola di Calypso e risponde: smettere di fare l’eroe.
Per VERVAIN è un passaggio tutt’altro che semplice. La sua identità tende a costruirsi intorno al fare, alla volontà, al progetto, alla lotta e alla possibilità di dirigere la propria energia verso qualcosa. Calypso lo introduce invece in un universo nel quale prevalgono il corpo, il piacere, la passività intesa come capacità di ricevere, il riposo e la sensazione. In termini simbolici, il logos viene messo a confronto con eros.

All’inizio questa esperienza può essere ristoratrice. Chi ha combattuto, viaggiato e utilizzato continuamente la volontà può trovare sollievo nell’essere accolto e nel non dover decidere ogni cosa. Con il tempo, tuttavia, proprio quella condizione può essere vissuta come una prigione, perché la parte VERVAIN identificata con il movimento e l’autonomia teme di perdere se stessa quando non può agire, perseguire una meta o ripartire. Grecco riconosce questa oscillazione anche nelle relazioni: desiderare profondamente un luogo di protezione e, una volta trovato, cominciare a sentirlo come una limitazione della libertà.

L’erotismo assume allora un significato più ampio della sola sessualità. È una forza che riconduce VERVAIN al corpo e alle sensazioni, lo porta fuori dalla centralità del pensiero e gli ricorda che esistono esperienze che non acquistano valore perché conducono a una meta. Il piacere avviene nel presente, chiede abbandono e una certa disponibilità a lasciarsi attraversare, proprio ciò che una personalità molto orientata alla volontà può trovare difficile.

Grecco insiste a lungo sulla sensualità e sul simbolismo erotico del corpo femminile, fino a indicare nell’erotismo stesso uno dei possibili punti di vulnerabilità di VERVAIN. Il nucleo della sua riflessione mi sembra però ancora una volta l’integrazione: VERVAIN deve poter incontrare eros senza trasformarlo immediatamente in una nuova conquista, una missione o una dipendenza dalla sensazione. L’energia che sa andare verso il mondo ha bisogno anche di imparare a ricevere ciò che il mondo porta verso di lei.

La prova di Calypso può allora essere letta come la possibilità di ricevere piacere, riposo, protezione e intimità senza viverli immediatamente come perdita di slancio.
Smettere per qualche momento di essere l’eroe non significa perdere la propria forza. Può significare scoprire che esiste una vitalità che non ha bisogno di dimostrare continuamente qualcosa.



Ulisse: Circe, Penelope e Elena. L’amore. Vervain

Circe, Penelope ed Elena permettono a Grecco di proseguire il percorso iniziato con le Sirene e Calypso, mostrando differenti volti del femminile e altrettante possibilità dell’incontro di VERVAIN con una parte della propria psiche che la ragione e la volontà, da sole, non riescono a orientare. Il tema dichiarato è l’amore, ma sullo sfondo continua a esserci il processo di integrazione: una personalità che possiede grande familiarità con il pensiero, la decisione e l’azione deve imparare a riconoscere anche il linguaggio dell’affetto, dell’intuizione, del desiderio e del legame.

Circe compare proprio quando Ulisse ha perso la direzione. Grecco sottolinea il valore simbolico di questo incontro: l’eroe razionale, capace di strategie e soluzioni, arriva a un punto nel quale la propria mente non sa più indicargli la strada, ed è una figura femminile a orientarlo. Circe rappresenta quindi un femminile capace di conoscere in un modo diverso dalla ragione lineare, attraverso intuizione, relazione e quella «magia dell’amore» alla quale Grecco fa riferimento. È un passaggio importante per VERVAIN, perché significa riconoscere che non tutte le risposte arrivano aumentando lo sforzo mentale. Esistono momenti nei quali orientarsi richiede ascolto, disponibilità ad essere guidati e capacità di riconoscere ciò che il mondo affettivo sta dicendo. Circe non toglie all’eroe la sua forza; gli offre una conoscenza che da solo, utilizzando i suoi strumenti abituali, non riesce a raggiungere.

Penelope rappresenta un altro volto del femminile: continuità, appartenenza, fedeltà, casa, capacità di custodire un legame nel tempo. Per il VERVAIN che ama il viaggio, la ricerca e la nuova sfida, questa dimensione è fondamentale proprio perché gli insegna che l’amore può avere bisogno di permanenza. Il porto non serve soltanto per recuperare energie prima di una nuova partenza; può diventare un luogo nel quale una parte della vita acquista profondità proprio perché si decide di rimanere.

Elena porta invece il tema della passione e dell’attrazione. Grecco ricorda che Ulisse, pur essendo stato attratto da lei, sceglie Penelope quando deve decidere concretamente la propria vita affettiva e interpreta questo passaggio come espressione del particolare rapporto VERVAIN tra desiderio, buon senso e bisogno di conservare libertà. Simbolicamente, Elena e Penelope non devono necessariamente essere contrapposte come due tipi di donna: rappresentano aspetti diversi dell’esperienza amorosa, l’intensità della passione e la continuità del legame, entrambe necessarie alla completezza della vita affettiva.

Il percorso di Ulisse può allora essere letto come una progressiva educazione del logos attraverso eros. Il pensiero, la ragione e la volontà rimangono qualità fondamentali del VERVAIN; incontrando il femminile acquistano però una dimensione che da sole non possedevano, perché vengono messe in relazione con sensibilità, affetto, intuizione, corpo e capacità di ricevere.
È questo, più che il semplice incontro dell’uomo con «la donna giusta», il significato che trovo più fecondo nella lettura di Grecco: VERVAIN cerca fuori di sé, attraverso le figure femminili che incontra, qualcosa che il suo percorso gli chiede progressivamente di riconoscere anche dentro di sé.

Le figure femminili incontrate da Ulisse diventano così, nella lettura simbolica di Grecco, altrettante forme attraverso le quali VERVAIN entra in rapporto con una dimensione psichica che il pensiero da solo non può esaurire: l’affetto, l’intuizione, l’eros, il corpo, la capacità di ricevere e di costruire un legame. VERVAIN sa molto bene dove vuole andare. L’amore gli insegna che esistono percorsi nei quali la direzione si scopre anche lasciandosi incontrare.



Panoramica delle caratteristiche Vervain

Quando Grecco ricostruisce le caratteristiche di VERVAIN attraverso gli scritti di Bach, mostra con particolare chiarezza quanto il fiore si modifichi nel corso degli anni. Il Puritano del 1930 porta principi elevati, severità, rinunce e intolleranza; nel 1932 l’attenzione si sposta sull’iperentusiasmo, sulla fretta e sulla necessità di sviluppare gentilezza e tolleranza; nel 1933 compaiono l’Entusiasta, lo sforzo eccessivo, la tensione, le convinzioni saldissime e le ambizioni per il bene dell’umanità; nel 1934 viene sottolineata l’ostinazione e, nella descrizione ultima del 1936, rimangono le idee profondamente radicate, la volontà e il desiderio di convertire gli altri al proprio punto di vista.

Questa stratificazione permette di riconoscere un nucleo che rimane sorprendentemente stabile: VERVAIN investe molta energia in ciò che considera importante e incontra la propria difficoltà quando quella stessa intensità diventa eccessiva.
La persona può essere coraggiosa, idealista, produttiva, capace di resistere e dotata di una forza che gli altri percepiscono immediatamente. Può avere una notevole capacità di leadership e riuscire a mobilitare un gruppo attraverso una visione chiara.

Lo stesso terreno produce però tensione, ostinazione e difficoltà a lasciarsi consigliare. La certezza può restringere il campo, il desiderio di servire trasformarsi in sovraccarico e la perseveranza impedire di riconoscere un limite.
È importante che queste caratteristiche non vengano utilizzate come un elenco al quale una persona dovrebbe corrispondere integralmente. Possiamo incontrare uno stato VERVAIN circoscritto a un progetto o a una fase della vita, oppure una configurazione più stabile nella quale entusiasmo, idealismo e bisogno di incidere sul mondo organizzano molti ambiti dell’esperienza.

Come sempre, il comportamento isolato non basta. Una persona appassionata non è necessariamente VERVAIN, così come avere convinzioni forti non significa essere intolleranti. Il punto diventa il rapporto che la persona stabilisce con la propria convinzione: quanta energia deve investire, quanto spazio lascia agli altri e quanto riesce a modificarsi quando la realtà le restituisce qualcosa di inatteso.



Eterna insoddisfazione, noia, amore per il nuovo e l’esclusivo. Vervain.

Grecco osserva in VERVAIN una particolare difficoltà ad accontentarsi di ciò che esiste quando la realtà appare meno intensa, meno interessante o meno vicina all’ideale di quanto la persona sente che potrebbe essere.
È un’estensione che si collega bene al tema dell’idealismo. Chi possiede una rappresentazione molto forte di come qualcosa dovrebbe essere può vivere con maggiore intensità la distanza tra quella visione e ciò che incontra realmente. Il mondo appare continuamente migliorabile. Il lavoro potrebbe essere più interessante; la città più viva, il progetto più ambizioso, la relazione più intensa, la conoscenza più profonda.

Questa capacità di vedere possibilità che ancora non esistono è una risorsa straordinaria, soprattutto nella creatività e nell’innovazione. Diventa faticosa quando il possibile svaluta costantemente ciò che è già presente. La noia può allora comparire appena qualcosa perde l’intensità dell’inizio. Un nuovo progetto contiene infinite possibilità; dopo qualche mese richiede soprattutto costanza. Una nuova relazione è piena di territori da scoprire; con il tempo arriva la familiarità. Una nuova città stimola continuamente l’attenzione; dopo qualche anno diventa quotidiana.

Se ciò che è familiare viene vissuto soprattutto come perdita di intensità, il nuovo acquista un potere enorme. Grecco collega a questa dinamica anche il gusto per ciò che è raro, particolare, esclusivo o capace di distinguersi. La domanda potrebbe essere: riesco a percepire valore anche in ciò che non deve essere straordinario?
Per VERVAIN accettare il quotidiano significa scoprire che la profondità raramente conserva per sempre l’intensità dell’inizio. Molte cose acquistano valore proprio attraverso la ripetizione, la familiarità e il tempo.



Vervain: Tolleranza, Volontà

La tolleranza attraversa la storia di VERVAIN fin dai primi scritti di Bach. Nel 1930 compare esplicitamente tra le lezioni del Puritano; nel 1932 diventa la polarità dell’iperentusiasmo e viene associata alla gentilezza verso gli altri e al rispetto delle opinioni differenti.
La volontà è altrettanto centrale: Bach descrive ripetutamente persone determinate, difficili da scoraggiare, capaci di continuare a lungo e profondamente convinte della propria direzione.

Grecco mette questi due temi in relazione e considera la tolleranza una sorta di apprendistato attraverso il quale la volontà personale impara a perdere rigidità. Utilizza anche l’immagine di un «noviziato», nel quale i fiori che precedono VERVAIN nella sequenza dei Dodici Guaritori offrirebbero qualità utili al suo percorso: pazienza, contemplazione, coraggio, pace, vicinanza. È una costruzione evolutiva propria della lettura di Grecco e si inserisce nel suo modo di studiare l’ordine delle scoperte e le relazioni tra le essenze.

Psicologicamente il rapporto tra volontà e tolleranza è molto interessante. Una volontà forte permette di mantenere una direzione anche quando le condizioni sono difficili. Senza questa capacità molti progetti rimarrebbero soltanto intenzioni. La questione emerge quando la volontà viene applicata indistintamente a tutto, come se ogni realtà potesse essere modificata aumentando abbastanza lo sforzo.

Esistono situazioni nelle quali il risultato dipende in larga misura da noi ed esistono processi che possiedono tempi propri. Una relazione coinvolge la libertà di un’altra persona; una trasformazione psicologica richiede integrazione; il corpo può imporre limiti; alcuni progetti devono maturare prima di produrre un risultato.
La tolleranza permette di riconoscere questa differenza. Non è indifferenza e non richiede di rinunciare alle convinzioni. Significa poter continuare a credere in qualcosa senza pretendere che la realtà vi si adegui immediatamente.

Anche verso se stessi la tolleranza diventa fondamentale. Il VERVAIN severo descritto da Bach può chiedersi continuamente se sta facendo abbastanza, se è abbastanza coerente, se ha utilizzato bene il proprio tempo. La stessa benevolenza che deve sviluppare verso le opinioni altrui può essere necessaria nei confronti dei propri limiti.

La volontà diventa così più precisa: sa intervenire quando serve e sa fermarsi quando un ulteriore sforzo produrrebbe soltanto più tensione.



Vervain: Essere semplici, semplificare la vita

Il tema della semplicità occupa un posto particolare nella riflessione di Grecco su VERVAIN, perché arriva quasi come una conseguenza naturale di tutto ciò che abbiamo visto finora. Una personalità attraversata da ideali forti, entusiasmo, volontà, desiderio di incidere sulla realtà e bisogno di dare un senso a ciò che fa può facilmente costruire una vita molto densa, nella quale ogni esperienza sembra dover partecipare a un progetto più ampio.
Grecco invita allora VERVAIN a interrogarsi proprio su questa necessità di sentirsi investito di una missione, di essere colui che porta avanti una causa, sostiene gli altri, apre nuove strade o realizza qualcosa di eccezionale, perché anche un ideale elevato può trasformarsi, quando occupa troppo spazio, in una richiesta continua rivolta a se stessi.

La complessità nasce spesso da qualità che appartengono al versante più ricco di VERVAIN. La curiosità, il desiderio di crescere, la capacità di appassionarsi, la disponibilità a impegnarsi per qualcosa in cui si crede e la volontà di migliorare ciò che sembra ingiusto o insufficiente possono dare alla vita una grande intensità. Diventano però faticose quando ogni esperienza deve produrre un risultato, insegnare qualcosa, trasformare, migliorare o avvicinare a una meta. A quel punto anche ciò che potrebbe semplicemente essere vissuto tende a essere inserito dentro una logica di finalità: il riposo serve a recuperare energie per tornare a fare, un libro deve lasciare un insegnamento, un viaggio deve cambiare la persona, una relazione deve avere un significato particolare e persino una giornata tranquilla rischia di sembrare poco significativa se non contiene qualcosa da realizzare.

È come se la vita dovesse continuamente giustificare il proprio valore attraverso ciò che produce. La semplicità introduce invece la possibilità di riconoscere che alcune esperienze possiedono un senso proprio, anche quando non conducono da nessuna parte. Una passeggiata può essere soltanto una passeggiata, una conversazione non deve necessariamente arrivare a una conclusione, si può leggere per il piacere di farlo e trascorrere del tempo con qualcuno senza avere qualcosa da costruire, risolvere o comprendere. Per una personalità fortemente orientata verso l’azione e il significato, questa apparente ordinarietà può rappresentare un apprendimento molto più profondo di quanto sembri.

Grecco collega la semplicità anche alla fedeltà verso se stessi, e qui ritorna un tema che appartiene già al Puritano descritto da Bach. Quando l’ideale diventa troppo esigente, tra la persona reale e quella che sente di dover essere si crea progressivamente una distanza. VERVAIN può chiedersi se sta facendo abbastanza, se è abbastanza coerente, se sta utilizzando pienamente le proprie capacità, se la propria vita corrisponde davvero ai valori nei quali crede. Il rischio è che l’ideale, nato inizialmente come orientamento, diventi una misura costante attraverso la quale giudicare l’esperienza, lasciando sempre la sensazione che qualcosa manchi o che si potrebbe fare di più.

Semplificare significa allora ridurre questa tensione tra ciò che stiamo vivendo e ciò che immaginiamo di dover diventare. Significa poter riconoscere che una vita può essere piena anche senza lasciare un’eredità grandiosa, che un progetto può avere valore senza cambiare il mondo e che essere utili agli altri non richiede necessariamente di assumere il ruolo di guida, salvatore o punto di riferimento. È un movimento delicato, perché VERVAIN non deve rinunciare all’intensità che lo caratterizza: deve poterla vivere senza trasformarla continuamente in una prova del proprio valore.

In questa prospettiva la semplicità diventa quasi una forma di libertà. Permette di scegliere ciò che davvero conta, lasciando cadere almeno una parte di ciò che viene sostenuto per senso del dovere, immagine di sé o bisogno di corrispondere a un ideale. L’entusiasmo rimane, così come la passione e la capacità di impegnarsi, mentre acquista maggiore spazio anche ciò che è quotidiano, imperfetto e apparentemente piccolo. Proprio lì VERVAIN può scoprire una forma di pienezza diversa, meno legata alla necessità di realizzare e più capace di abitare ciò che già esiste.



Vervain e Impatiens

Il confronto con IMPATIENS è particolarmente utile perché i due rimedi possono presentare tensione, irritabilità, fretta, stress e difficoltà a tollerare il ritmo altrui. Grecco sottolinea però una differenza nella modalità attraverso la quale questa accelerazione viene organizzata: IMPATIENS tende a reagire soprattutto al rallentamento del processo, mentre VERVAIN viene spinto dall’idea di ciò che deve essere realizzato.

IMPATIENS vuole che la cosa proceda più rapidamente. VERVAIN vuole che proceda verso ciò che considera giusto.
Naturalmente la distinzione non è sempre così netta e una persona può presentare entrambi i movimenti. È però molto utile chiedersi che cosa scateni maggiormente l’irritazione. Se qualcuno impiega troppo tempo a svolgere un compito, IMPATIENS può intervenire per abbreviare il processo. Se qualcuno svolge quel compito rapidamente ma in una maniera che contraddice il progetto o i principi di VERVAIN, quest’ultimo può irritarsi ugualmente.

Anche il rapporto con gli altri tende a essere diverso. IMPATIENS sceglie di fare da solo perché la presenza altrui rallenta; VERVAIN ha bisogno di interlocutori, collaboratori e persone da coinvolgere, soprattutto quando sente di avere qualcosa di importante da realizzare o trasmettere.

Entrambi devono però incontrare una lezione simile: esistono processi che non migliorano aumentando la pressione. Il tempo dell’altro, la sua comprensione e la sua adesione non possono essere accelerati indefinitamente. A volte la forma più efficace di intervento consiste proprio nel lasciare abbastanza spazio perché qualcosa possa maturare senza di noi.



Vervain e Agrimony

Grecco accosta due fiori che, a prima vista, sembrano molto lontani. Il punto di partenza è anche qui storico e simbolico: nei testi del 1930 Bach associa VERVAIN alla figura del Puritano e AGRIMONY a quella dell’Inquisitore. Grecco vede tra queste immagini una «corrente sotterranea» e si domanda se, dietro modalità esternamente differenti, non esista un comune problema nel rapporto tra ciò che viene mostrato e ciò che viene vissuto interiormente.

AGRIMONY costruisce più facilmente una superficie piacevole, allegra e conciliante dietro la quale il tormento rimane protetto. VERVAIN può mostrare invece la propria convinzione con grande intensità, fino al punto che l’ideale, la causa o la posizione combattiva finiscono per occupare quasi tutta la scena. La «maschera» VERVAIN, nella lettura di Grecco, potrebbe allora essere proprio l’eccesso di certezza.

Una persona può parlare con grande sicurezza di ciò che crede, discutere a lungo, difendere i propri principi e apparire estremamente decisa, mentre rimangono molto meno visibili dubbi, bisogni, paura della fragilità o difficoltà affettive. Questo non significa che la convinzione sia falsa. Ed è proprio qui che l’accostamento con AGRIMONY diventa più sottile. Una maschera non coincide necessariamente con una menzogna; può essere una parte autentica della persona che ha assunto così tanto spazio da rendere meno accessibili le altre.
VERVAIN crede davvero in ciò che dice e AGRIMONY può essere davvero allegro. Il problema emerge quando una caratteristica diventa così dominante da trasformarsi nell’unico linguaggio attraverso il quale la persona riesce a presentarsi.

La crescita di VERVAIN può allora comprendere la possibilità di dire «non lo so», «potrei sbagliarmi», «questa cosa mi fa paura», «ho bisogno di pensarci» senza sentire che queste frasi indeboliscano la propria identità. È una forma di tolleranza che riguarda anche se stessi: permettere alla complessità di esistere senza doverla immediatamente ricondurre a una convinzione.

Alla fine del percorso rimane così la qualità originaria di VERVAIN: il fuoco. Un fuoco capace di illuminare, coinvolgere, creare, sostenere e aprire possibilità che altri ancora non riescono a vedere. La trasformazione riguarda il modo in cui quella energia viene utilizzata. Non ha più bisogno di bruciare continuamente per dimostrare di essere viva, né di incendiare ciò che incontra perché assuma la sua stessa forma. Ma può scaldare, indicare una strada, lasciare che qualcuno scelga di seguirla e qualcun altro ne percorra una diversa.
La tolleranza di VERVAIN non chiede di rinunciare alle idee o alla passione con cui vengono vissute. Permette piuttosto di conservare l’entusiasmo riconoscendo che la realtà, gli altri e persino noi stessi resteremo sempre più complessi di qualunque ideale con cui proviamo a comprenderli.



Vervain: Accettare la vita per quello che è

Concludendo VERVAIN, Grecco torna a quella che considera una delle sue difficoltà centrali: accettare la realtà quando non corrisponde all’immagine di come dovrebbe essere. Negli scritti di Bach troviamo una base importante per questa riflessione nella rigidità dei principi, nell’eccesso di idealismo, nella tendenza a voler modellare il mondo e nel desiderio di convertire gli altri; Grecco amplia questi aspetti verso un’insoddisfazione più generale e verso il bisogno di lasciare un segno attraverso le proprie opere.

Accettare la vita è una formulazione che può facilmente essere fraintesa. Non significa considerare giusto tutto ciò che esiste o rinunciare al desiderio di cambiare situazioni ingiuste, dolorose o insoddisfacenti. VERVAIN possiede proprio una delle qualità necessarie al cambiamento: la capacità di non rassegnarsi troppo rapidamente.
Il problema arriva quando il cambiamento diventa l’unico modo possibile di stare davanti alla realtà. Ogni imperfezione chiede intervento, ogni ingiustizia mobilita, ogni inefficienza irrita, ogni persona che non utilizza pienamente le proprie possibilità sembra richiedere una spinta. Alla lunga il mondo diventa un enorme progetto da correggere.

L’accettazione introduce una domanda diversa: quali parti di questa realtà dipendono davvero da me e quali devono essere riconosciute prima di poter decidere che cosa farne? Posso desiderare che qualcuno cambi e accettare che non lo farà. Posso impegnarmi profondamente in un progetto e riconoscere che potrebbe fallire. Posso avere un ideale molto alto e scoprire che il risultato reale sarà più piccolo. Questa accettazione non diminuisce necessariamente l’impegno. Lo rende più aderente alla realtà.

Grecco collega inoltre VERVAIN al desiderio di essere ricordato, di lasciare un’eredità e di realizzare qualcosa che continui oltre la propria vita. È una sua estensione clinica e simbolica, che può essere interessante quando corrisponde realmente alla persona, soprattutto se il bisogno di lasciare un segno diventa indispensabile per percepire il proprio valore.

Esiste però anche una forma di eredità che non possiamo controllare. A volte ciò che rimane di noi è diverso da ciò per cui avevamo lavorato. Accettare la vita significa allora permettere che anche il significato delle nostre azioni possa essere deciso, almeno in parte, da qualcosa che viene dopo di noi.
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Dr.ssa Antonella Napoli, Psicologa e floriterapeuta, P.I. 00135428886 Iscrizione OPL 16607
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