Chestnut Bud alcune riflessioni (Eduardo H. Grecco)
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Continuo la descrizione approfondita degli ultimi 19 rimedi del repertorio di Bach. Sempre con le parole del dr. Grecco con brani che lui ha pubblicato sul suo profilo Facebook ed io ho raccolto e tradotto.
Queste riflessioni su Chestnut Bud raccolgono e riorganizzano alcuni spunti dedicati a questa essenza del repertorio di Bach. Ho diviso il testo in diverse sezioni, ciascuna con un titolo che ne riassume il nucleo principale. Cliccando sulle voci dell’indice è possibile andare direttamente alla parte di proprio interesse, oppure leggere l’articolo dall’inizio alla fine come un unico percorso di approfondimento. Buona lettura! Antonella Napoli
Riflessioni su Chestnut Bud: imparare a vedere ciò che la vita ripete
- Dagli occhi della carne agli occhi dell’anima
- L’innocenza che non vuole vedere
- Vedere l’errore per trasformarlo in lezione
- Quando il quotidiano diventa invisibile
- La biografia non vista e la ripetizione della storia personale
- Bach, Mary Tabor e il germoglio dell’Ippocastano
- Errore, fallimento e apprendimento dell’esperienza
- La pietra sul cammino e lo sguardo che libera
- Sincronicità e viaggio evolutivo dell’anima
- Le coincidenze come messaggi dell’ombra e dell’anima
- Il terapeuta, l’esperienza dei fiori e l’umiltà della lettura clinica
Chestnut Bud: dagli occhi della carne agli occhi dell’anima
C’è qualcosa di notevole negli occhi. Non mi riferisco al fatto meraviglioso della possibilità che ci offrono di vedere il mondo materiale, ma a quegli «…occhi senza luce, che possono leggere soltanto nelle biblioteche dei sogni» (Jorge Luis Borges). Forse il poeta, dotato di tanta luce creativa e insieme dell’oscurità della mancanza della visione fisica, fu spinto proprio da questa condizione a scoprire che sognare è un modo diverso di vedere. Come Tiresia, imparò a vedere con gli occhi dell’anima. Come se il limite si trasformasse in risorsa, il difetto in virtù, la cecità in chiarezza.
In un certo senso, trascendere lo sguardo offerto dagli «occhi della carne» fa parte dell’esperienza alla quale ci getta CHESTNUT BUD. E tuttavia è altrettanto vero che questa essenza ci strappa alla miopia terrena e ci permette di osservare con pienezza la realtà quotidiana. Tanto nello spirituale quanto nel mondano, è necessario scoprire il sentiero che dobbiamo percorrere nella vita, smettere di essere vagabondi per diventare pellegrini, desistere dal cadere sempre nello stesso pozzo, dal prendere la strada sbagliata o dal camminare senza una direzione certa.
Nelle essenze che abbiamo esplorato in precedenza, CHERRY PLUM, ELM e ASPEN, la domanda era: di quali altre risorse disponiamo? A quali altre realtà dobbiamo aprirci? Quali sicurezze bisogna lasciare andare? Qui, in CHESTNUT BUD, invece, l’interrogativo è: quali veli devo strappare dai miei occhi per non tornare a sbagliare? Con quali occhi devo guardare per scoprire il cammino che mi spetta percorrere nella scuola della terra? Come identificare gli ostacoli che la traversata mi propone? Come trasformare gli incidenti in specchi?
Chestnut Bud: l’innocenza che non vuole vedere
Tanto ASPEN quanto CLEMATIS ci aprono a uno sguardo sognante, distante da quello di VERVAIN, che si aggancia al sapere concettuale e dottrinario e che, pur indagando scenari alternativi, persiste tuttavia nell’esprimerli cognitivamente. Tutte le essenze menzionate sono fiori visionari, nel senso che aprono porte verso nuove realtà, eppure, senza nulla togliere al loro valore, restano lontane dalla visione profetica di WATER VIOLET, che possiede la virtù di nominare i silenzi, di mettere parola sull’impalpabile.
È vero che ASPEN dà voce al sottile, ci avvicina all’oscuro, al perturbante e persino al funesto, ma nella sua natura trova posto soltanto il vaticinio di una predizione infausta e indeterminata. Allora è possibile concepire che lo sguardo chimerico di ASPEN, idealista di CLEMATIS, rivelato di VERVAIN e romantico di GENTIAN diventi innocente in CHESTNUT BUD. Un atteggiamento che implica il non rendersi conto delle intenzioni che stanno dietro le parole o i comportamenti, un essere immersa, la persona, in un limbo di non vedere. Un «non vedere» che, in verità, è un non voler vedere.
Perché non si vuole vedere? Perché la circostanza del vedere apre al compito di impegnarsi nel mondo in cui si vive.Imparare toglie la scusa del non sapere, la giustificazione per evitare di coinvolgersi. Bach colloca questo rimedio come polare di SCLERANTHUS (ndr vedi Le Due Liste), nel quale la dualità lacerante impedisce l’avanzamento. In CHESTNUT BUD, la ripetizione, una volta dopo l’altra, degli stessi errori agisce nello stesso senso. Si tratta di resistere al salto che consiste nell’imparare dagli sbagli che tutti commettiamo. Adamo ed Eva peccarono, cioè errarono, persero l’innocenza, ma quello stesso atto li rese responsabili di se stessi. Dalla Genesi in poi, l’innocenza CHESTNUT BUD è un modo per non voler crescere.
Chestnut Bud: vedere l’errore per trasformarlo in lezione
Non ho parole migliori per parlare di CHESTNUT BUD di quelle che descrivono ciò che questo fiore porta nella mia vita. In primo piano, il suo carattere visuale, la sua capacità di risvegliare «introvisione», di farmi rendere conto che dietro le reiterazioni sbagliate nelle stesse situazioni, condotte e relazioni, sulle quali insisto con la medesima goffaggine di chi pretende di comprare latte in una ferramenta, c’è un insegnamento che devo apprendere.
Che la persistenza inopportuna di ciò che viene affrontato male è sempre carica di senso. E che la ripetizione è sempre un nuovo chiedere dell’anima affinché l’Io apra gli occhi, perché veda dentro me stesso, fino a scoprire lì che cosa mi impedisce di rendermi conto del significato di quella insistenza sbagliata.
Tuttavia non si tratta soltanto di una percezione personale sull’azione di CHESTNUT BUD. Tutti sperimentiamo ostacoli e intrichi, tutti abbiamo incespicato in comportamenti dei quali, poi, è molto possibile che ci vergogniamo o ci pentiamo. Non bisogna dimenticare che dietro lo scenario delle odissee dell’esistenza c’è un proposito. Quando lo comprendiamo, questo ci permette di imparare e di non rimanere stagnanti o trascinati sempre nelle stesse lezioni, una volta dopo l’altra. Questo è parte del balsamo che CHESTNUT BUD riversa: aiutarci ad assimilare ciò che ci costa fatica e a trasformarlo in opportunità.
Da marzo a settembre del 1935 Bach prepara la serie dei suoi ultimi 19 rimedi. Nell’ottobre di quello stesso anno era esausto e malato, ma il suo spirito si manteneva vivo. Svolgeva una serie di attività sociali legate allo sport e al canto, faceva passeggiate accompagnato dal suo cane d’acqua, Lulu, appoggiandosi a un bastone. Aveva lasciato crescere la barba e, come racconta Nora Weeks, in quell’epoca «… irradiava felicità e compagnia».
È possibile che alla fine di settembre o all’inizio di ottobre del 1935 scrivesse il piccolo opuscolo sui suoi ultimi diciannove rimedi scoperti. Lì Bach commenta CHESTNUT BUD nel modo seguente: «Per trarre pieno profitto dall’esperienza quotidiana e per vedere noi stessi e i nostri errori come li vedono gli altri».
Da quanto detto da Bach emerge un lato di CHESTNUT BUD simile a LARCH. In quest’ultima essenza il tema è: «io non posso, ma l’altro sì». Qui è: «io non vedo, ma l’altro sì». E questo tema del «vedere comparativo» mi ha fatto ricordare un bel dipinto di Michell Mena, “Quando parlo, guardami negli occhi”
La clinica insegna che il vissuto CHESTNUT BUD compare in un insieme diverso di circostanze che, tuttavia, hanno in comune il fatto di mettere a nudo una trama singolare: la persona che attraversa questo vissuto sta vivendo una condizione nella quale reitera le stesse circostanze nella propria esistenza, senza riuscire ad apprendere le lezioni che la vita le chiede di completare per poter così continuare ad avanzare nel suo cammino di crescita. Fallimento ripetuto che le genera sofferenza. Progresso fermo.
L’azione del fiore, dunque, consiste nel farci rendere conto della ragione per la quale attraiamo verso di noi eventi, persone, situazioni e scenari ingarbugliati che ci intrappolano in una cella di blocco e ritardo. Allo stesso tempo, ci dota della percezione necessaria a sapere quale sia la natura delle azioni che dobbiamo intraprendere per lasciare tutto questo fuori dalla nostra vita e liberarci dal dolore che ci provoca il rimanere stagnanti e bloccati, bocciando la classe.
Chestnut Bud: quando il quotidiano diventa invisibile
Nei testi, tanto in CHESTNUT BUD quanto in WHITE CHESTNUT, (essenze che provengono dallo stesso albero in momenti diversi della fioritura), Bach ci parla della connessione di queste essenze con la vita quotidiana o giornaliera. Non so con precisione a che cosa Bach si riferisse con quotidiano, ma è plausibile partire dall’idea che si tratti di ciò che si realizza ogni giorno. Ma questo svela il fatto che l’abitudine delle cose e degli eventi intreccia una rete che ci acceca. In un certo senso, ciò che è quotidiano diventa invisibile, non lo registriamo più.
Ora, è possibile pensare che non ci sia nulla di più quotidiano e, al tempo stesso, imperituro dell’amore. Questa puntualizzazione rende comprensibile la ragione per cui CHESTNUT BUD offre tanto apprendimento alle persone nella gestione delle loro relazioni e nella modificazione dei modelli di ripetizione vincolare. Dà loro non soltanto la capacità di andare verso le relazioni con gli occhi ben aperti, ma anche di riconoscere l’altro così come l’altro è, abbastanza limpido dalle nostre proiezioni, dai nostri desideri e dalle nostre illusioni. Questo facilita in modo sostanziale l’assenza di intrighi, grovigli e complicazioni relazionali.
Vale la pena approfondire ancora un poco il rapporto tra quotidiano e CHESTNUT BUD. Vita quotidiana si riferisce alle cose che qualcuno compie tutti i giorni o quasi. Molte di queste cose sono abituali per la maggior parte delle persone, come dormire. Tuttavia ce ne sono molte altre che appartengono al patrimonio del mondo di ciascuna persona, anche se condivise con poche o molte altre. Così, per esempio, scrivere è qualcosa di quotidiano nella mia vita, un’attività che fanno anche molti altri, ma non tutti.
Produrre, nel senso ampio di lavoro, studio, ricreazione, servizio, ecc., e amare sono due dimensioni nelle quali possiamo riassumere il campo in cui si realizza il quotidiano. Così, nella mia vita quotidiana lavoro e riposo, così come i miei nipoti studiano a scuola e anche loro e io abbiamo spazi ludici nei quali ci rilassiamo e ci divertiamo. Detto per inciso, bisogna imparare a fare spazio al piacere come qualcosa di quotidiano. Con l’amore e il disamore accade qualcosa di simile. Rivestiti di mille forme diverse, sono pane quotidiano.
La clinica insegna che l’attaccamento a una vita quotidiana dotata di senso offre alle persone sicurezza, una sensazione che le aiuta a dissipare l’angoscia e l’incertezza che sopraggiungono nell’esistenza. Ma c’è una questione interessante. Il ritmo della vita quotidiana finisce per trasformarsi in abitudine, tradizione, credenze, routine, usi e costumi che nessuno ormai mette più in discussione. Allora facciamo fatica a vedere oltre i confini dell’esperienza nella quale abitiamo.
Il problema si scatena quando ci imbattiamo in un contesto diverso e, invece di accettarlo e cercare di adattarci a questa nuova realtà, diventiamo miopi e non vediamo più in là del nostro naso, rifugiandoci soltanto nell’abituale conosciuto. È vero che cambiare il quotidiano non è semplice. Pensiamo, per esempio, anche solo per un momento, a modificare le abitudini alimentari. Allo stesso modo in cui accade in qualsiasi ambito, l’attaccamento agli «errori» diventa abitudine quotidiana e lo reiteriamo perché, nonostante tutto, il quotidiano è fonte di sicurezza. Questo è un aggrovigliamento e una difficoltà che lo stato CHESTNUT BUD affronta: non vede, come giustificazione per non cambiare, non coinvolgersi o non impegnarsi.
Chestnut Bud: la biografia non vista e la ripetizione della storia personale
La persona, nello stato CHESTNUT BUD, sembra soffrire di una ingenuità quasi intollerabile. Come se fosse incapace di rendersi conto delle intenzioni che si nascondono dietro una parola, un gesto o uno sguardo. E questo comportamento, in modo regolare, è accompagnato da una naturale candidezza nel momento in cui racconta la propria storia. Un racconto che, in generale, mette a nudo una leggerezza inconsistente, quasi fosse una fiaba piena di «non so» davanti alle domande che il terapeuta le formula sulla sua vita.
Com’è possibile ignorare la propria biografia? Come si possono ignorare i legami che annodano i fatti fondamentali che compongono una vita? Lo storico Paul Preston commenta che «chi non conosce la propria storia è condannato a ripetere i propri errori». Mi è costato fatica rendermi conto di un fatto della clinica di CHESTNUT BUD: il non conoscere la propria storia e la reiterazione degli errori fanno parte di una stessa struttura emozionale propria di questo fiore. Mentre nella condizione CHESTNUT BUD la persona paga i propri errori in molti modi, VERVAIN è come se praticasse il detto: mentre trovo quella giusta, mi diverto con quella sbagliata.
Chestnut Bud: Bach, Mary Tabor e il germoglio dell’Ippocastano
Qual è la natura dell’esperienza CHESTNUT BUD e quali furono i motivi che portarono Bach a preparare questo rimedio? Nei percorsi che ho fatto per scrivere la vita di Bach e, più tardi, nella ricerca su quella di Mary Tabor, ho imparato a vedere fino a che punto i fatti biografici pesino sull’opera che una persona sviluppa come lavoro di vita. È come se entrambe le facce fossero narrazioni complementari che si intrecciano in molteplici sincronicità.
Ne segnalo una che, qui, assume valore: le ceneri di Mary Tabor riposano sotto un Ippocastano. E la cosa singolare è che nell’epoca in cui Bach preparava CHESTNUT BUD si trovava tra Mary e Nora nello stesso modo in cui, 19 anni prima, si era trovato tra Gwendoline Caiger e Kitty Light. La prima storia risale al 1916; nella seconda siamo nel 1935. La cosa curiosa è la seguente: ogni 19 anni la luna si trova nello stesso punto del cielo e nella stessa fase.
Ma torniamo. Il 21 novembre 1966, nell’Ospedale di Wimbledon, il cuore di Rhona, il vero nome di Mary, si spense. Forse, come tutte le cose della sua vita, c’è un modo perché tutto accada sotto una certa luce di mistero e distacco. Colei che abitualmente si presentava con il nome della nonna paterna, Mary, era morta per un infarto del miocardio all’Ospedale di Wimbledon, dove da alcuni giorni era ricoverata.
Forse, rimanendo coerente con il racconto che aveva plasmato nel suo racconto del “magazzino dei vestiti vecchi”, che fa parte del suo libro “Sii fedele a te stesso”, preferì trasformare il suo corpo in ceneri. Ceneri che furono deposte in uno spazio comune del Giardino della Memoria del cimitero del North East Surrey Crematorium, Lower Morden Lane, Morden, Surrey, Regno Unito, settore che, in modo curioso, si chiama Letto di Zafferano, Crocus Bed, ed è situato, dettaglio da tenere in considerazione, dietro e ai piedi di un albero di Castagno d’India, specie dalla quale Bach prepara CHESTNUT BUD e WHITE CHESTNUT.
È interessante questa concordanza. CHESTNUT BUD non si prepara a partire dal fiore, ma con le gemme aperte dell’Ippocastano, come viene chiamato in Inghilterra l’Aesculus hippocastanum. In ogni germoglio, che si è configurato nella stagione precedente, è custodita tutta la capacità latente per il nuovo sviluppo. «Perché questo rimedio si prepara a partire dalle gemme fogliari e non dai fiori? Perché le foglie della primavera sono tremendamente espressive di ciò che è una nuova stagione, di ciò che sono i nuovi inizi e una nuova crescita» (Julian Barnard).
È come se, forse, fosse un simbolo che alludeva alla nuova vita e alla nuova crescita che aspettava Rhona. Alcuni anni fa, in ginocchio su quel “letto di Zafferano”, alcune lacrime bagnarono le mie guance mentre pensavo che né Bach né Mary si erano arresi a avevano smesso di amare.
Chestnut Bud: errore, fallimento e apprendimento dell’esperienza
È molto radicata nella nostra cultura l’idea che quando qualcosa non funziona sia un fallimento, e che il fallimento sia una macchia nella storia di vita di una persona. Ancora di più, il fallimento diventa allora motivo di sofferenza. La reiterazione degli errori, il ritardo nell’imparare per evitare di sbagliare di nuovo, dato che errare comporta sofferenza, sembra essere un contesto presente in Bach nel suo cammino verso CHESTNUT BUD.
Il fatto che queste associazioni non siano vere non toglie che si intreccino in modo nevrotico in molte persone e si convertano in verità credenziali che organizzano la percezione della loro vita. Credo che questo sia ciò che accadeva a Bach in quell’epoca: sentiva di ripetere i propri errori, di non imparare, si sentiva fallito, soffriva per questo e aveva bisogno di ampliare la propria osservazione e di elaborare l’esperienza che stava vivendo per apprendere le «lezioni della vita quotidiana».
«A quali cose, allora, stava pensando Bach in quell’epoca a proposito di CHESTNUT BUD? Quali erano queste lezioni? Da dove poteva sorgere il sentimento di stare fallendo nell’apprendere dall’esperienza? Doveva essere preoccupato per il suo lavoro, o per le sue relazioni, o, in terzo luogo, per il progresso nel suo scopo personale di vita. Possiamo soltanto supporre. Ma considerare quale potesse essere stata la sua situazione offre un contesto al significato di CHESTNUT BUD. In quell’epoca Bach viveva a Wellspring, a Sotwell, con Mary Tabor. Nora Weeks viveva a Mount Vernon, probabilmente con Victor Bullen come compagnia.
Il suo gruppo di amici intimi comprendeva anche i Wheeler. È probabile che qualche intreccio nelle sue relazioni abbia portato Bach a pensare, con dispiacere, al proprio fallimento, o al loro, nell’imparare da un’esperienza passata. Spesso diciamo di altre persone che si sono gettate a capofitto nello stesso tipo di situazione dalla quale erano appena uscite, sia essa un lavoro, una relazione amorosa o soltanto un sogno. CHESTNUT BUD si applica a tali esperienze come guida dell’anima per comprendere, aiutando le persone a imparare che cosa sta realmente accadendo. Come un consigliere capace, il rimedio mostra come i modelli di comportamento si ripetano e quali siano le conseguenze di questo» (Julian Barnard).
Molte volte ho sentito il freddo dell’errore nella mia vita e, molte altre ancora, l’aiuto che CHESTNUT BUD mi ha offerto per rendermi conto di averlo commesso. Reiterare gli sbagli implica essere legati alla ripetizione del passato, non vedere il modo sbagliato con cui abbiamo fatto le cose. Accettare i fallimenti e imparare da essi è un compito significativo della nostra vita che ci permette di avanzare nel nostro processo di evoluzione.
Ci si può chiedere: che cosa sentiva Bach come bloccata? che cosa non riusciva a imparare fino in fondo? Che cosa reiterava? In che cosa era cieco? Tutte queste sono domande in relazione con lo stato affettivo che portò Bach a cercare CHESTNUT BUD come rimedio per sanarlo. E, al tempo stesso, sono interrogativi a cui, nella clinica, bisogna tentare di rispondere insieme alla persona che desidera smettere di ripetere errori.
La vita è piena di possibilità per imparare, ma il punto sta nel vedere se approfittiamo delle opportunità che essa ci offre per farlo. «Vivere in modo efficiente significa approfittare dell’esperienza di vita e costruire a partire da essa le qualità dell’anima. Questo significa dire “sì” alle lezioni della vita» (J. Barnard).
Chestnut Bud: la pietra sul cammino e lo sguardo che libera
Come Odisseo, ciascuno di noi è pellegrino. Nel corso della vita tentiamo di trovare il cammino che ci corrisponde percorrere. E allora la domanda alla quale CHESTNUT BUD ci aiuta a rispondere è: con quali occhi bisogna guardare la realtà per scoprire quel cammino e cominciare a percorrerlo?
La risposta primaria che questo fiore ci offre è: con gli occhi dell’anima. Non si tratta di guardare con gli occhi della ragione, del sapere teorico, ma con quegli altri occhi che nella Bibbia vengono menzionati come «occhi di fuoco» e che alludono all’esperienza di trascendere l’opposizione tra sapere ed essere e di scoprire, in quell’atto, che sradicare l’ignoranza consiste nel riconoscere la natura spirituale del nostro Essere.
CHESTNUT BUD ci facilita il vedere l’immateriale che, abitualmente, lasciamo fuori dalla nostra considerazione. Un intero universo tanto reale quanto invisibile per gli «occhi della carne». Allora, quando inciampo più volte nella stessa pietra, devo interrogarmi sull’invisibile che circonda quella pietra. Quando finalmente lo vedrò, lascerò in pace la pietra.
E parlando di pietre e di CHESTNUT BUD, è interessante ciò che dice Rosario Castellanos nella sua poesia Pietra: «La pietra non si muove. / Nel suo luogo esatto / rimane. / La sua bruttezza è lì, in mezzo al cammino, / dove tutti inciampano / ed è, come il cuore che non si consegna, / volume della morte. / Solo chi vede gode dell’ordine / che la pietra sostiene. / Solo nell’occhio puro di chi vede / il suo essere si giustifica e risplende. / Solo la bocca di chi vede la loda. / Essa non capisce nulla. E obbedisce».
Chestnut Bud: sincronicità e viaggio evolutivo dell’anima
CHESTNUT BUD e la sua azione sull’ampliamento della visione, del visibile e dell’invisibile, ci mette in contatto con l’universo suggestivo della sincronicità. Jung non ci ha soltanto lasciato l’insegnamento secondo cui la vita transita sul sentiero misterioso delle coincidenze significative, la sincronicità, ma anche il fatto che esse sono la chiave per comprendere il complesso processo di evoluzione della coscienza.
In qualche momento mitico, la vita divenne coscienza, una mutazione trasformò la terra in uno spazio umano, il movimento si fece riflessione, il gesto parola e le rughe, tracce del passaggio del tempo, si trasformarono in impronte di una biografia. Questo emergere della coscienza fu una mutazione scolpita dalle mani della sincronicità. Fin dalla sua stessa comparsa, e in tutto il suo sviluppo, la vita e la coscienza sono in relazione con il fenomeno misterioso e tangibile dell’associazione significativa degli eventi.
Così, tutta la traversata dell’uomo e il viaggio dell’anima fanno parte di un processo nel quale le crescite e i salti, l’espansione della coscienza e la sua progressiva liberazione dalle limitazioni della materia non accadono come una stravaganza, un’anomalia o una rarità, ma come una decisa marcia verso lo Spirito, incisa come proposito nella natura stessa del piano di evoluzione dell’umanità.
Verso là andiamo fin dal principio dell’infanzia della terra e della specie. Non siamo qui per caso, non siamo arrivati a questo punto per l’eventualità di un incidente. La sincronicità, allora, fa varcare alla coscienza porte di evoluzione e, attraverso questa via, la coscienza scopre, a ogni balzo, che la sua essenza vera non è altro che l’evoluzione divenuta coscienza di sé. A ogni passo in avanti dell’evoluzione, l’anima oltrepassa una soglia in più verso la sua completezza, verso l’illuminazione. CHESTNUT BUD non è un’essenza estranea a questo processo.
Abbiamo insistito sul fatto che la traversata dell’anima lungo il sentiero dell’evoluzione, vita dopo vita, e il viaggio della coscienza lungo il sentiero della vita in ogni incarnazione, dalla nascita fino alla morte, non sono percorsi fortuiti o aleatori. Così come Jorge Luis Borges lo esprime splendidamente quando commenta che non esistono incontri casuali, allo stesso modo l’apprendimento della vita è pieno di appuntamenti.
Forse l’Io vive questi appuntamenti come imprevisti, inattesi e accidentali, ma per l’anima sono incontri attesi, necessari e anticipati. In questo modo la sincronicità è un potere dell’esistenza dell’universo e dell’evoluzione che ci guida; una voce del dialogo tra la personalità e l’anima, la cui funzione è farci trascendere le restrizioni della coscienza, tempo, spazio, materia, causa, e gli antagonismi fittizi dell’esistenza: interno-esterno, individuale-collettivo, femminile-maschile.
Ma anche la polarità errore-successo, permettendoci di vedere che «persino gli sbagli fanno parte del piano dell’evoluzione». D’altra parte, come insegnava Goethe, «gli errori dell’uomo sono specialmente quelli che lo rendono degno d’amore». Chi l’avrebbe detto! CHESTNUT BUD sbaglia per rendersi degno di essere amato.
Chestnut Bud: le coincidenze come messaggi dell’ombra e dell’anima
Gli eventi coincidenti non sono arbitrari. Al contrario, la loro comparsa provoca tracce significative nella storia delle persone che li sperimentano. Le sincronicità sono segnali che devono essere interpretati come piste che danno risposta e guidano la persona, tra le pieghe del labirinto della vita, verso la realizzazione del destino dell’anima.
Di fronte alla manifestazione delle coincidenze si possono assumere due atteggiamenti fondamentali. Il primo: sedersi ad aspettare che accadano. Il secondo: cercare che accadano. È vero che la sincronicità compare in modo sorprendente, ma la coscienza deve essere disposta a riconoscerla come tale e ad assimilarne il messaggio. Quando la coscienza è pronta, il maestro arriva; quando la persona lavora nell’opera interiore di essere fedele al mandato della propria anima, la rugiada della sincronicità si riversa su di lei come una benedizione.
Cercare non è altro che formulare, ciascuno, le proprie domande e attendere che l’universo cospiri in una risposta che lo illumini. Questo atto di interrogazione non è un evento divinatorio né la presenza di un supporto delle proiezioni dell’inconscio, ma l’attesa di un messaggio di rivelazione. Quando emerge, è l’anima che parla alla coscienza.
Da molto tempo vedo come CHESTNUT BUD promuova la presenza delle coincidenze nella nostra vita. Entrare in contatto con il potere delle «coincidenze» è come se ci sintonizzasse con la forza archetipica del magma della terra. Il nostro stesso magma è l’ombra nella quale abitiamo. L’ombra che è dentro, ma noi siamo al suo interno, è tanto passato quanto futuro, tanto morale quanto peccato. Siamo esiliati dall’ombra e questo esilio è la radice del nostro camminare per raggiungere la luce.
Questa essenza convoca, suscita e resuscita la capacità di vedere l’ombra che chiede di essere integrata alla vita. E ogni volta che una zona dell’ombra diventa coscienza, l’uomo si trasforma e diventa più incline ad abitare tra le braccia della sincronicità.
Chestnut Bud: il terapeuta, l’esperienza dei fiori e l’umiltà della lettura clinica
È diventata consuetudine che, al termine della mia narrazione di ogni fiore, io scriva su temi della Terapia Floreale o su storie della mia vita che pretendono di tradurre qualche apprendimento. Mi domandavo, prima di dare forma al mio ultimo post, dove mi avrebbe portato la mia anima dopo il punto finale su CHESTNUT BUD.
È curioso come funzionino le cose, poiché mi venne alla memoria una frase di Goethe, che non ricordo con precisione, ma che parla del fatto che se una persona ha un cane e dipinge un quadro uguale al cane, avrà senza dubbio due cani, ma mai un’opera d’arte. Suppongo che Goethe volesse far notare che la creazione sovraimprime alla realtà la soggettività percettiva dell’artista. La trasgressione dell’oggettivo per scoprire l’invisibile del visibile.
E questa idea mi portò a pensare che sia bene insistere sulla natura della lettura che i terapeuti fanno della realtà clinica e delle essenze floreali. Una lettura inevitabilmente segnata dalla nostra storia e dalle nostre esperienze con le essenze floreali. Prescrivere è semplice, essere terapeuti non lo è altrettanto. Suppone integrare una formulazione floreale non soltanto con dati clinici, ma con la presenza personale in quell’atto.
La clinica è un’esperienza surrealista, che perturba, inquieta e muove l’anima del terapeuta. È vero che il cuore «perturbato», a volte, non è un buon giudice di ciò che lo scuote. Ma questo non significa che i suoi tremori non siano validi o che i suoi battiti siano privi di senso. La distorsione percettiva possiede sempre un significato, anche se non costituisce il fondamento di una condotta efficace. Tuttavia, nel caso del terapeuta, si converte in una risorsa comprensiva.
L’empatia transferale è un’avventura, ma che cos’è il lavoro terapeutico senza avventura? Burocrazia terapeutica, una pratica. «Perturbare» significa alterare l’ordine e il concerto delle cose, ed è questo ciò che fa un terapeuta: rompere l’accordo del paziente con i suoi sintomi. Non cerca di adattare, ma di trasformare. C’è, come in ogni società, una “borghesia”, in questo caso terapeutica, che si sente comoda nel comfort della stabilità di ciò che è istituito. Bach, per costituirsi nel luogo terapeutico che immaginava, dovette rompere con la sicurezza di ciò che era stabilito come ruolo curativo. Mi interrogo: noi che cosa facciamo? Reiteriamo il gesto rivoluzionario di Bach o abitiamo nel conformismo di un disegno di ciò che bisogna fare, di ciò che la società si aspetta da noi?
Ognuno di noi ha un’esperienza dei rimedi floreali, e ogni esperienza è singolare e soggettiva. Per questo è un’esperienza. Condividere ciò che si vive nel processo di un fiore significa narrare, a partire dallo sguardo personale, ciò che uno sente che è accaduto durante quel processo. Non esiste oggettività possibile, soltanto diminuzione della distanza che ci separa dall’errore.
Bach raccontò, in poche righe serrate, il proprio sguardo su ogni fiore, ma i fiori sono come un diamante: hanno molte facce. Conoscere una faccia non esaurisce la pietra. Si può non condividere la mia prospettiva e persino dissentire da essa, ma questo non le toglie valore. Scrivo sulla mia esperienza, non pretendo di fare lezione né di stabilire alcuna dottrina.
La clinica è una grande maestra di umiltà, ci mette di fronte al non immaginare certezze assolute nella nostra pratica e al rimanere sempre aperti all’inatteso. Il mio lavoro è centrato sull’intimità di ciò che ogni fiore provoca, nelle pieghe affettive delle persone, e non tanto sulle azioni terapeutiche di ogni essenza. E, sebbene alcuni lettori lo vivano così, non sto tenendo un corso sui Fiori di Bach, ma riflettendo su un’esperienza.
Dunque, amici e amiche, non cerco consenso, ma di generare uno spazio di «scambio condiviso di esperienze». Il mio desiderio è che camminiamo fianco a fianco. La terapeutica, come l’amore, è un’esperienza comune che si vive in modi diversi. E, come accade con l’amore, solo quando c’è anima nel processo allora sì, è una reale esperienza terapeutica.
Scritti tratti da https://www.facebook.com/eduardohoracio.grecco 2018
Liberamente tradotto da Antonella Napoli - Le parti in neretto, i titoli e la formattazione e le immagini non sono dell'autore, ma le ho inserite per una più veloce e scorrevole lettura
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