Ho fatto di me ciò che non ho saputo, e ciò che avrei potuto fare di me non l'ho fatto. Fernando Pessoa.
La sessualità possiede molte facce. Forse Sigmund Freud è stato uno dei primi a metterlo in evidenza con grande chiarezza, con una lucidità che può perfino risultare offensiva quando la verità tocca zone che la coscienza preferirebbe non vedere.
Eppure, anche quando la coscienza tace e la memoria dimentica, il corpo continua a ricordarci che la sessualità è una delle espressioni più profonde della vita umana. Essa rappresenta un cammino in cui anima e personalità si incontrano, convergono, si cercano. Al punto che fare l’amore, come dicevano le antiche donne taoiste, può diventare un contributo all’armonia dell’universo.
È molto curioso osservare che, mentre la sessualità è stata oggetto di indagine e di riflessione da parte di filosofi, psicologi e scuole di guarigione, nei primi decenni del secolo scorso Edward Bach non abbia mai utilizzato questa parola nei suoi scritti o nelle sue lezioni. E, per un uomo della sua statura e della sua apertura interiore, non credo si possa pensare semplicemente a una paura di affrontare un tema che avrebbe potuto creare inquietudine nella società del suo tempo.
Qualunque sia stata la ragione, resta il fatto che il tema sessuale è assente dalla sua riflessione, sia dottrinale sia clinica. Proprio per questo sembra opportuno approfondire alcuni aspetti della sessualità intesa come percorso di evoluzione, quando essa viene vissuta pienamente.
In un mio libro, Sesso, amore ed essenze floreali, ho proposto l’idea che il corpo sappia prima che la coscienza diventi consapevole, e che i genitali sappiano prima del resto del corpo. Non parlo però dei genitali intesi soltanto nella loro materialità fisica, ma nella loro natura di bussola emotiva: genitali come spazio d’amore, genitali abitati dall’anima.
Attribuire un’anima ai genitali significa individuarli, riconoscerli, dare loro un senso che oltrepassa il biologico e lo psicologico. Quando uomini e donne voltano le spalle a questa realtà, riducono la sessualità a una semplice scarica e i genitali a un oggetto. La vagina, ad esempio, può essere vissuta come una palestra in cui praticare sport, come un consultorio psicologico in cui scaricare le tensioni oppure, se vi si introduce l’anima, come un tempio davanti al quale il pene si inginocchia per pregare.
In sintesi, la sessualità può essere concepita come un dialogo tra anime, e non come la semplice comunicazione tra due entità. Proviamo allora a guardare questo tema concentrandoci sulla vagina.
Al di là dei simboli che la psicologia e alcune tradizioni spirituali attribuiscono alla cavità vaginale — come spazio capace di proteggere e accogliere il pene, entrata e uscita dal mondo dell’ombra sessuale, ponte mediatore tra il piacere e la vita, luogo in cui può progressivamente sciogliersi la dualità essenziale dell’essere umano, pergamena sulla quale si incidono le tracce degli abusi, delle imprudenze, delle umiliazioni e delle sottomissioni subite dalle donne; memoria di amori e odi, accettazioni e rifiuti, capacità di creare e condividere, gusto e disgusto della donna verso se stessa o verso l’altro sesso, fiducia e sfiducia davanti alla vita, difficoltà di comunicazione, intrecci tra peccato e purezza — vi sono tre aspetti che meritano particolare attenzione per il significato che assumono nella storia delle donne e nei meandri dei loro legami: la proibizione, il pudore e il desiderio.
Sulla pelle di tutto il corpo sono incisi i comandi del divieto e del rifiuto, ma la zona vaginale possiede un valore particolare per tutto ciò che, nell’ambito del piacere, deve essere reso esitante, esiliato, impedito o trasformato in tabù. Almeno in Occidente. In Oriente, invece, la vagina, come il suo fratello gemello, il pene, viene scolpita nella pietra degli altari.
Il fatto che gli organi sessuali possano essere motivo religioso e rituale non fa che mettere in evidenza, con lo stupore e l’ammirazione che questo tipo di rappresentazione suscita nella nostra cultura, l’altissimo valore che attribuiamo loro. Paradossalmente, proprio questo valore ci porta, in modo nevrotico, a investire tanta energia nel reprimere e negare la loro esistenza.
Si osservi, ad esempio, la venerazione sensoriale che la vagina assume nell’India ancestrale e, al contrario, la cancellazione che ne abbiamo fatto in Occidente, fino al punto che essa è diventata sconosciuta persino a chi la possiede.
Nella migliore delle ipotesi, la vagina viene ridotta a una geografia anatomica non sempre ritenuta degna di essere esplorata: uno spazio che il pudore ha trasformato in un territorio lontano, chiuso da lucchetti che impediscono fantasie e scoperte ludiche, tanto agli uomini quanto alle donne. Eppure quei territori lontani sono fatti di strade, mari e monti. Quando questo accade, il desiderio si perde, e la donna non sa più a che cosa anelino le sue mucose vaginali.
Il pudore è una diga che chiude. L’erosione del pudore procede di pari passo con la libertà erotica e con la capacità di godimento sessuale. Il desiderio può essere ritrovato solo quando la memoria vaginale lascia dietro di sé le tracce della proibizione e recupera il ricordo di essere un tempio sacro, nel quale il dimorfismo sessuale celebra, nell’orgasmo, il ricongiungimento della propria unità. Non soltanto una camera d’ingresso al processo di riproduzione della vita, né un contenitore più o meno piacevole destinato allo scarico seminale.
Fare l’amore tra un uomo e una donna presuppone allora il riconoscimento che, nella diversità delle loro architetture sessuali, esiste un senso proporzionato alle necessità evolutive, tanto biologiche quanto animiche.
In questo mondo, il pene è come un viandante che si avvicina all’umida intimità della donna come un pellegrino che ha bisogno di riposare in una casa sicura e depositare lì l’esperienza appresa durante il viaggio. Come la lingua e il dito, il pene è uno degli strumenti attraverso cui l’uomo può immergersi nelle profondità di una donna e compenetrarsi con lei.
Il pene può accarezzare come una mano o come una lingua, ma, a differenza di quest’ultima, può attivare soltanto il tatto, mentre la lingua aggiunge anche il sapore. Visto in questo modo, il pene, che nella sua geometria continua a essere una vagina estroversa, svolge un ruolo che non si limita a quello di condotto seminale. È una bilancia che desidera cancellare la distanza della diversità sessuale.
Pene e vagina, come tutte le strutture genitali che li accompagnano, devono essere compresi come simboli. In quanto simboli, parlano di una realtà altra, inesauribile, la cui sorgente risiede nell’anima. In questo contesto, l’amplesso è il reciproco abbraccio tra pene e vagina: una riunione di stelle nel firmamento del piacere, un cielo che resta mutilato se non viene costruito contemporaneamente sulle colonne dell’anima e del corpo.
Gli uomini e le donne formano un cerchio d’amore. Non esiste un punto in cui questo cerchio cominci, né un punto in cui finisca. Non ha asperità né ruvidità. Nel cerchio tutto è regolare e continuo. Quando il bacino di un uomo e quello di una donna si uniscono, nasce armonia, come nella musica.
La bocca è stata fatta per parlare, le pelvi per tacere. Una si riempie di parole, le altre di silenzi. Quando l’amore abbonda, la bocca tace e le pelvi ruggiscono. Gli uomini possono parlare solo attraverso metafore della vagina che li nutre, che accoglie e ripara i loro ruggiti, e che li attrae con il suo misterioso magnetismo.
Ognuna di queste metafore è un tentativo appassionato di avvicinamento poetico da parte della coscienza maschile, che cerca di ridurre ansiosamente la distanza che la separa dalla comprensione dei segreti custoditi nel labirinto vaginale. Un labirinto nel quale l’uomo entra per trovare luce e per affermare la propria mascolinità.
A questo punto ci si potrebbe chiedere in che modo le essenze floreali possano offrire un aiuto per guarire le sofferenze che uomini e donne manifestano nella loro vita sessuale.
Se riprendiamo quanto detto finora, si comprende che, più che lavorare sui sintomi, è necessario lavorare sulle credenze e sulle resistenze. Più che rimuovere repressioni, occorre aiutare la persona ad aumentare le vibrazioni del corpo e a inserire l’anima nel corpo.
In questo senso, le difficoltà nella sessualità sono opposizioni della personalità al processo evolutivo. Il sesso, infatti, è un’esperienza di convivenza e di apprendimento, e anche sul piano erotico si esprimono le ribellioni della personalità alle richieste dell’anima. Ciò che l’anima chiede è di essere fedeli al disegno che porta con sé in questa incarnazione, di non avere paura di immergersi nelle esperienze che la vita presenta, per essere felici e per godere dell’essere felici.
Questa precisazione vuole suggerire di non lasciarci catturare dai sintomi sessuali dei pazienti, ma di considerarli come simboli deviati che ci invitano, prima di tutto, ad aiutare la persona a ritrovare la sua vera personalità. Da qui nascono due indicazioni terapeutiche: ogni sintomo sessuale si articola attorno a una cronicità che Bach descrive nei Sette Aiuti. Ed è questa la prima cosa da sciogliere: il falso sé, la maschera con cui il paziente si identifica.
Vediamo i Sette Aiuti .
La mancanza di fede GORSE, toglie alla sessualità il fuoco e la passione che la rendono uno spazio di divertimento. È un sesso catturato nell’invidia epatica come ultima resistenza alla perdita di ogni speranza. Affidare al destino il passaggio del piacere e l’assenza di qualsiasi spirito di ricerca e di lotta fanno della relazione sessuale un incontro inutile, che può accadere oppure no, ma che in fondo risulta indifferente. Oppure il fuoco brucia fino a che tutto si avvinghia e si consuma. Una vagina che nelle sue mucose riflette la quiete inerte di un nulla che non vale la pena, oppure che brilla ardente in un eccesso in cui sembra che il cuore dimori nel contenitore sensuale di un’estate faticosa.
Al suo opposto OAK. Qui il sesso è perseverante, preoccupato, incapace di smettere di lottare. È un sesso avaro, non per egoismo, ma perché guidato dal compito, dallo sforzo e dal sacrificio. Una sessualità sostenuta e alimentata da una terra che deve essere sempre coltivata, ma che non è mai favorevole al riposo. Una sessualità che non scorre spontaneamente, imprigionata dalla paura del piacere: una paura nascosta dietro la maschera del dovere, dell’occupazione, del lavoro.
Vi è inoltre una sessualità incostante, priva di volontà e dedizione, eccessivamente generosa nel dare e poco capace di conoscere il ricevere. Una sessualità accogliente, ma senza senso dell’avventura. Una vagina spesso invernale, nutriente ma raramente gioiosa, che dà riparo ma non accarezza, che ospita ma non gioca.
HEATHER porta con sé una sessualità narcisistica, nella quale tutto accade a partire dal proprio centro. La gola si esprime in una richiesta vorace, nella quale l’altro quasi non esiste in quanto altro. È una fame d’amore sempre insoddisfatta, che trasforma l’esperienza sessuale in un atto digestivo. E se Oak digerisce nello stomaco, Heather digerisce con i polmoni. È l’aria che passa e spazza via; è un sesso nel quale non riesco a vederti perché sei troppo vicino a me.
All’altra estremità, il sesso diventa servizio: una carità che riempie, ma che non colma. È il sesso che non lascia respirare, che soffoca, che toglie spazio. È la vagina mentale, che non si lascia trasportare dal sentire, che non si lascia coinvolgere in un abbraccio.
Il ROCK WATER, rappresenta il sesso disciplinato. È il padrone severo di se stesso, che cerca nel cielo e fuori di sé ciò che dovrebbe invece cercare sulla terra e dentro di sé. Il sesso scarno deve imparare che il soprannaturale è carnale, e che non deve ascoltare la propria paura del sesso dopo essersi consacrato alla perfezione. Ma può essere anche il sesso indiscriminato e perfino perverso, quello che nasce dall’arroganza di sentirsi superiori.
Rock Water è anche l’acqua del sesso, che tutto dissolve e tutto rinnova, che tutto cambia e che ci obbliga a vivere l’istante, a morire e nascere continuamente di nuovo. È la vagina fredda e umida, piena di ombre e di profondità apparentemente inaccessibili, che non geme e non grida, che non si coinvolge e non si lascia trascinare dagli spasmi dell’orgasmo. È la vagina che segue un canone tradizionale e stabilito, quello dei reni che conservano la memoria ancestrale.
Da qui alla pigrizia del sesso di OLIVE. La stanchezza e la mancanza di energia diventano una scusa per evitare l’incontro sessuale e il piacere. Questo sesso deve imparare che la vera fonte di energia nasce dall’anima e che è lì che bisogna cercare ciò che ci rende completi. È la vagina mercuriale, che sa essere ricettiva, femminile, fluida, primaverile e piena di luce. Una vagina che ammorbidisce con il suo “olio” le pene e i dolori, e che unge di allegria e godimento.
Ma è anche la vagina non disposta a dare la propria essenza, a condividere i propri doni. Oppure è la vagina priva del movimento e della luminosità dell’anima: carenze attraverso le quali, come dice Jung, l’uomo finirebbe per immobilizzarsi nella sua suprema passione, la pigrizia.
VINE, porta invece il sesso arrabbiato e solforico, che si pone come meta una sessualità efficace. È una sessualità territoriale, imperialista, nella quale si gioca più il potere che l’amore. Si rivela perché è un sesso preciso, indovinato, più che dialogato. Una vagina convessa, penetrante, aspra e mentale. È vero che, parlando di sesso, si tratta di una vagina che sa quello che fa; ma deve imparare a non manipolare, a non controllare, e a comprendere che essere capaci non basta.
Infine, WILD OAT. In aspetto positivo, è un sesso che sa che, insieme alla passione, forma un’esperienza creativa. Può però lasciarsi trascinare dalla lussuria e cadere nella dipendenza sessuale e nella promiscuità. Spesso si perde nell’indiscriminazione, ma sa sempre collocare la sessualità dentro la vita. È una vagina alchemica, capace di trasformarsi, ma che a volte può essere un ferro scuro, confuso e difficile. Wild Oat si sente nel sesso come a casa. È come la pietra filosofale che trasforma il rame in oro attraverso la via del piombo, l’ombra in coscienza attraverso il lavoro interiore. È il sale che lega lo zolfo al mercurio, il maschile al femminile.
Quando mi lascio alle spalle il falso Io, le cronicità e le credenze che mi impediscono di vivere il sesso come una celebrazione, come un rituale o come una chiave che apre il contatto con l’anima, la sessualità emerge come incontro. In questo dialogo, che non è privo di misticismo, e in cui l’orgasmo ricorda tanto l’estasi, la vagina può diventare un tempio davanti al quale il pene si inginocchia per pregare.
L’orgasmo è estasi senza fede oppure con fede: dipende dalla volontà della coscienza di abbandonarsi e di lasciare il timone alla personalità dell’Anima. Significa permettere alla luce dell’Anima di inondare la nostra personalità, cucire l’anima al nostro corpo e al nostro sesso, invece di soffocare o reprimere la sua voce.
Alcune ore fa contemplavo un tramonto sul mare. In questa percezione esiste un mondo molto più complesso della semplice osservazione estetica o della visione di un fenomeno pieno di bellezza. C’è l’unione di due grandi simboli del divino: il sole, principio attivo, uomo, fallo raggiante, spirito, fuoco, che si sposa, in una cerimonia sempre ripetuta e sempre viva, con le acque materne femminili, con la vagina, ricettacolo dell’origine della vita.
In fondo, è l’evocazione simbolica di nozze interiori in cui penetrante e penetrato diventano uno: come la rugiada nell’acqua, come il sole sul fiore, come il messaggio di guarigione di una pianta in un’essenza floreale.
Liberamente tradotto da Antonella Napoli
Tratto da https://www.facebook.com/pages/Escuela-Eduardo-H-Grecco/353069911466097?fref=ts
*dott. Eduardo H. Grecco. Inizialmente Psicoanalista, successivamente si orienta poi verso la Psicologia Junghiana , Transpersonale e la Bioenergetica. Docente Universitario. Da circa vent'anni si dedica alla ricerca e all'insegnamento della Terapia Floreale